10 idee per interpretare Donald Trump (Feat. Miriam Ferrari Illustration)

Donald Trump Twitter Magician by Miriam Ferrari

Tempo di lettura: 12′

Dopo un anno e più di campagna elettorale e due anni e mezzo di Presidenza, mi aggiungo anche io al coro dei commentatori con queste 10 idee per interpretare Donald Trump.

La stupenda illustrazione in apertura è di Miriam Ferrari (seguitela qui e qui) così come quella che vedrete alla fine dell’articolo. Grazie ancora di cuore 😉

Siccome ci tocca, torniamo a lui. Interpretare il quarantacinquesimo presidente degli USA significa analizzare la sua condotta, le sue azioni e i suoi discorsi, per poi tentare di capire:

  • Che cosa ci dicono su di lui.
  • Quale immagine vuole trasmettere Trump utilizzando tutto ciò.

Insomma, è il metodo che ho utilizzato in piccolo nell’articolo sulle candidate democratiche. I dieci punti che seguono non sono risposte, ma idee random per sfoltire il campo.

Perché sono solo “idee”?

Perché non esauriscono il discorso, perché sono spunti per andare oltre e perché sono, prima di tutto, opinioni. Derivano certamente da letture, analisi e comparazioni che ho fatto nel corso di questi anni, ma non sono nulla di definitivo e oggettivo, anzi: vogliono essere un punto di partenza per ulteriori discussioni.

1. Le fonti sono tante e problematiche.

Su Trump si è scritto molto e ogni giorno esce qualcosa di nuovo, per cui ho dovuto fare delle scelte, in basi a criteri di affidabilità e rilevanza.

Per una panoramica iniziale, io vi consiglio il libro “Donald Trump” di David Cay Johnston, edito da Einaudi. L’autore è uno studioso di Trump da più di 30 anni ed è un giornalista investigativo e premio Pulitzer che cita le fonti e non cerca sensazionalismi. La maggior parte delle informazioni qui contenute su Trump non-presidente si basano sui resoconti di questo libro.

Ammetto che a causa della mia formazione sarei più a mio agio (in parte, sbagliando) con un libro scritto da uno storico accademico, del quale mi sentirei meno in dovere (di nuovo, sbagliando) di verificare le fonti.

Comunque, Johnson scrive un ottimo libro sul “personaggio” Trump pre-candidato, analizzando le sue azioni, i suoi comportamenti e dipingendo un’immagine complessa e poco rassicurante.

Ammetto invece di non aver mai letto integralmente un libro di cui Trump sia l’autore: nonostante siano numerosi e tradotti in italiano, sono andato a vedere solo le parti che mi interessavano di più. Però, come vedremo dopo, l’account twitter basta e avanza.

Informarsi su Trump:

Come tutti, derivo le notizie sulla presidenza Trump da diverse testate giornalistiche, come il Post (in italiano), Vox e Politico e da alcune trasmissioni televisive americane. Visto che siamo in Italia, le trasmissioni si possono trovare sui canali YouTube delle emittenti e dei programmi. Bisogna tenere d’occhio anche i canali della varie istituzioni.

L’importate è considerare quante più voci possibili, anche quelle che ci danno fastidio o che detestiamo. Va bene guardare i programmi dell’MSNBC, però certe volte possiamo imparare molto di più dalla conservatrice Fox News. Anche le varie interviste e i momenti comici dei late show, votati sottolineare le assurdità, possono far risaltare aspetti che avevamo tralasciato.

Infine, su Trump esistono numerosi documentari, alcuni ben fatti e altri meno. Eccone alcuni che vi consiglio: Trump: what’s the deal? (1991) di Libbi Handros; Get Me Roger Stone; fahrenheit 11/9 di Michael Moore (almeno i primi 20 minuti perché il resto è su altro).

2. L’account Twitter è importante.  

La fonte principale per comprendere Donald Trumpè e rimarrà sempre il suo profilo Twitter. Nulla esiste di così centrale nella sua strategia comunicativa: in esso troviamo le idee e le emozioni del presidente gettate sulla piattaforma, senza filtri, in ogni momento, da lui in prima persona e come vuole lui.

@RealDonaldTrump è un testo emozionale importantissimo, percepiamo quasi un’istintualità, un’impulsività sconcertante nei numerosi tweet di odio e rancore per gli oppositori e di amore e cordialità per i sostenitori.

Un lessico forte e ostile, frasi brevi, punti esclamativi, caps-lock, refusi ed errori grammaticali sono la sua cifra stilistica su Twitter. Tutto ciò testimonia l’assoluta continuità tra il Trump uomo d’affari politicamente scorretto e il Trump presidente. Infatti, l’account ufficiale del Presidente degli Stati Uniti, @POTUS, è solo un utente passivo adibito ai retweet di @RealDonaldTrump.

3. Trump è imprevedibile nella sua ricerca di attenzioni.

Nel 2015, nessuno prendeva sul serio questo riccone bizzarro che voleva fare il presidente. Sembrava un capriccio, perché una cosa così era già successa: nel 2012 annunciò una sua possibile candidatura come manovra pubblicitaria per ottenere un contratto più favorevole dalla NBC per il suo programma The Apprendice.

Nel 2016 invece, è andato fino in fondo e che sia perché lo volesse veramente (cosa che dubito) o perché non sopportasse di perdere (cosa che credo), è diventato il Presidente degli Stati Uniti.

Infatti, mi sembra che la chiave per interpretare Trump sia la sua viscerale necessità di essere al centro dell’attenzione.

  • I democratici riottengono il controllo della Camera dei Rappresentati? Nessun problema, è il momento giusto per proporre nuovamente il muro con il Messico, che non mi lasciano fare e allora metto in shutdown il governo. Prima mi prendo la responsabilità, poi vedo che la cosa mi sfugge di mano e allora incolpo i democratici, ma alla fine mi si è ritorto tutto contro e allora proclamo lo stato di emergenza.
  • Fino all’altro ieri facevo a gara con Kim Jong Un,«Little Rocket Man», tra chi dei due avesse il pulsante nucleare più grosso? Nessun problema, ora voglio farci la pace, parlarci da uomo a uomo, come nei miei affari. Se facendo così riesco anche a passare per il nuovo Reagan, tanto meglio.

Trump ha l’abilità naturale di creare le situazioni di emergenza che arriverà poi prontamente a risolvere, dando la colpa agli altri per quelle situazioni.

4. Trump è un bravo manipolatore della realtà.

Trump, dunque, è un truffaldino di professione. Ha avuto rapporti più o meno diretti con la criminalità organizzata e ha utilizzato spesso le ambiguità legali per portare avanti i propri affari.

Basta prendere l’esempio della Trump University, delle sue iniziative caritatevoli totalmente di facciata o delle cause giudiziarie da cui è uscito illeso grazie a conoscenze nei posti giusti, ad una certa abilità nel fingere e nel dichiarare di non sapere nulla. «Per quanto ne so io» e «non c’è stata nessuna accusa» sono frasi tipiche del repertorio trumpiano, come illustrato dal libro di Johnston. Il Trump dei giri di parole e delle discorsi contorti senza capo ne coda ci è molto familiare.

Ancora, Trump ha rischiato la bancarotta ma venne salvato dal governo che lo reputava «troppo grande per fallire» all’inizio degli anni novanta. Nonostante ciò, ha sempre millantato il suo status di multimiliardario, dichiarando di possedere, in giorni diversi, un patrimonio netto di 8,7 miliardi, 10 miliardi e 11 miliardi.

Capitalista atipico che utilizza il «siate paranoici» come un valore nel mercato e si vanta di aver fatto «grandi soldi con i debiti», non vuole mostrare la sua dichiarazione dei redditi. Sia perché probabilmente non è tutto regolare, sia perché si vergogna: molti sono convinti che uno sguardo alle finanze di Trump dimostrerebbe che non è così ricco come ci racconta.

5. Trump ha dei valori….beh, brutti. 

Vendetta. «Se qualcuno vi fotte, fottetelo due volte». Queste sono le parole di Trump ad una conferenza in Colorado nel 2005.

Nel suo libro L’Arte di fare affari, afferma anche di aver licenziato una sua dipendente che si era rifiutata di fare una telefonata ad una banca, per chiedere un favore da parte di Trump. Scrive il tycoon:

«Non posso che dare referenze negative di lei. Non tollero la slealtà…e adesso faccio di tutto per rovinarle la vita».

La lealtà viene prima dell’integrità e Trump non si è mai fatto alcun problema a licenziare coloro che reputa sleali. È una cosa che è rimasta anche nel Trump presidente: si vedano tutti i membri della sua amministrazione a cui ha gentilmente chiesto di rassegnare le dimissioni. Ciò ci porta al punto successivo.

6. Trump non concepisce il disaccordo. 

«You’re fired!». Questa era la frase per cui era celebre prima di diventare presidente, pronunciata spesso in The Apprendice. In realtà è rimasta come tema strisciante anche durante la presidenza.

Collegandomi a quello che ho detto prima, Trump ha sempre fretta di liberarsi di coloro che non sono d’accordo con lui e che non fanno esattamente quello che vuole lui. Infatti, odia i giornalisti.

A lui piace legare personalmente i sottoposti e renderli servili. È una mentalità un poco mafiosa, un poco egocentrica e un poco da bimbo viziato. Sempre nell’Arte di fare affari, scrive che coloro che sono leali andrebbero onorati più dei «tizi “rispettabili” che fanno carriera vantandosi dell’incorruttibile integrità».

Da quando si è insediato, Trump ha “licenziato” diversi collaboratori, specie quando si accorgeva che avevano troppo potere e che gli rubavano la scena: come Steve Bannon, da molti considerato un altro dei tanti fantomatici “burattinai” di Trump, che non ci ha fatto una bella figura.

Altri a cui ha chiesto poco gentilmente di rassegnare le dimissioni sono il direttore dell’FBI James Comey e il procuratore generale Jeff Sessions, quest’ultimo scelto da lui per servire nella sua amministrazione. Il primo a causa dell’indagine sulle collusioni con la Russia (Trump è stato molto esplicito su questo) e il secondo… sempre per lo stesso motivo.

In generale, c’è un continuo ricambio ai vertici dell’amministrazione Trump: perché lui ha deciso di mandarli via, perché loro non riescono più a lavorare con lui o perché la stampa ha rivelato alcuni loro comportamenti illeciti.

Un’altra cosa divertente è che su tutto questo viavai esiste anche una pagina Wikipedia apposita e ben documenta. L’ultima a lasciare l’incarico è stata la Segretaria alla Sicurezza Interna (Homeland security) Kirstjen Nielsen, lunedì 7 aprile, una figura anch’essa estrema, ma evidentemente non abbastanza estrema per Trump.

7. Trump fa quello che vuole.

Questi “licenziamenti“, assieme al fatto che figure d’alto profilo politico ed economico preferiscano andarsene piuttosto che lavorare con lui, dimostrano che Trump non è un utile idiota al soldo delle corporations, dei neoconservatori (ormai poco neo), dell’alt-right o del Tea Party.

Dubito anche che Trump sia “al soldo di Putin”. Il rapporto del procuratore speciale Robert Muller non ha indicato sufficienti prove di collusione tra la campagna elettorale del presidente e la Russia. Però, anche se Trump è partito a bomba con il suo «NOOOOOO COLLUSIOOON!!!!», bisognerà comunque vedere il rapporto completo per avere le idee più chiare. Alcune indiscrezioni dei redattori, infatti, suggeriscono che la sintesi del Dipartimento di Giustizia non abbia colto pienamente il punto.

Tornando al discorso di prima, Trump è un pescecane affamato di successo, attenzioni e denaro che però sente di non dover nulla a nessuno. Ogni minima possibilità per lui deve essere sfruttata: se la Russia lo ha aiutato a vincere le elezioni, ben venga, ma questo non vuol dire che Trump si debba sentire in debito.

Certo, Putin gli piace, come gli piacciono un po’ tutti gli uomini che “si fanno rispettare”, ma è più un rapporto personale, un patto di fiducia tra uomini forti con cui lui può parlare chiaro senza intermediari.

8. Trump è razzista, fatevene una ragione.

Secondo molti commentatori, Trump utilizza il sentimento razzista dell’America bianca rurale solo per il suo successo politico. A mio parere, questa posizione è parziale.

Le sue sparate in campagna elettorale (e oltre) sui «Bad hombres» messicani, i neri e gli islamici; il suo essere indifferente nei confronti del Ku Klux Klan, di David Duke e dei suprematisti bianchi americani: tutto ciò è parte del suo retaggio, della sua educazione e degli insegnamenti trasmessi a lui dalla sua famiglia. L’ambiguità del presidente nel condannare in toto certe frange, specialmente quando parla a braccio e non gli scrivono i discorsi, è coerente con la sua storia.

Nel 1973 fu accusato per discriminazione razziale a causa della sua politica di affitti sfavorevole ai neri, che portava ad una ghettizzazione pianificata dei condomini e dei quartieri. Davanti all’evidenza che non poteva vincere la causa, Trump scese a patti e ciò gli permise di non ammettere l’illecito. Ovviamente, ancora una volta, trattò il tutto come una grande vittoria da parte sua.

Poi, molti ricordano il movimento complottista di cui fu portavoce, il birther movement: esso paventava la possibilità che Obama non fosse nato negli Stati Uniti, ma in Kenya. Anche qui, creò un problema che non esisteva, per poi prendersi il merito della sua risoluzione: dopo che Obama procurò il suo certificato di nascita, Trump disse di «essere stato capace di fare qualcosa che nessun altro era stato capace di fare».

Certo, tutto ciò potrà essere parte di una più grande strategia propagandistica che usa il razzismo solo come uno strumento per catalizzare consensi…una cosa sensata che ogni non-razzista farebbe, giusto?

9. Trump adora le donne oggetto.

Sì, perché, se sei famoso, puoi fare loro di tutto e ti basta «prenderle per la figa». Sinceramente, per questo punto, non credo che basti molto altro di un audio dove si vanta di aggredire sessualmente le donne. Però, se volete, YouTube brulica di video dove Trump insulta le donne per il loro aspetto o si vanta dei suoi approcci da predatore sessuale.

Sinceramente non è una cosa che mi sorprende, dato lo stile di vita, il tipo di imprese che gestiva (Casinò, Hotel super lusso ecc.), il tipo di televisione che faceva: frequentava ambienti dove la donna-oggetto è uno standard.

E non fatemi partire sul rapporto con la figlia Ivanka. Per carità, io ho studiato antropologia e certe cose non mi fanno più molto effetto, però ammetto che possano suscitare un certo disagio. Trump lo sa, e lo adora.   

10. Trump non è satana e a volte fa la cosa giusta. 

Voglio dire che a volte, per sbaglio, o perché ha una logica tutta sua, o perché cerca la gratificazione personale, riesce a comportarsi da presidente. Può anche essere che talvolta sia onestamente interessato a fare la cosa giusta.

Inoltre, in un’ottica di sicurezza nazionale, è normale che pianti i piedi con la Cina, nonostante i due paesi siano economicamente interdipendenti. La preoccupazione degli Stati Uniti è comprensibile, sopratutto quando aziende di alta tecnologia e di telecomunicazioni residenti in un stato autoritario e invasivo, tentano di penetrare nel paese.

Mi riferisco al caso di Huawei con le reti 5g. Certo, per dare del filo da torcere alla Cina sarebbe stato bello non ritirarsi dal TTP, inteso da Obama come argine americano all’influenza cinese, ma ehi, The Donald deve fare il suo show.

Poi, qualunque siano le motivazioni di Trump, la distensione con la Corea del Nord è una cosa positiva. Non c’è altro da aggiungere, se preferite qualche missile nucleare che parte a random basta dirlo.

Conclusioni.

Infine, non credo che Trump vada rimosso dalla presidenza tramite messa in stato di accusa. Sembra che la ragione di vita di alcuni giornalisti e membri del Partito Democratico sia quella di tentare di rimuoverlo dal suo incarico tramite l’impeachment. O almeno lo era, fino alla chiusura dell’indagine del procuratore speciale due settimane fa.

Sia chiaro, dentro di me penso che Trump sia colpevole di molte cose, come Nixon lo era a suo tempo, ma tra la mia opinione e i fatti, che non conosciamo ancora del tutto, ne passa. Intanto, per quello che ne sappiamo, Il rapporto Muller non lo incrimina.

Mi auguro che Trump arrivi alla fine del suo mandato. Un paese dove i presidenti vengono rimossi senza il voto popolare non è un paese dove la democrazia può prosperare ancora a lungo. Come giustamente ricorda la speaker della camera Nancy Pelosi, sarebbe una perdita di tempo, Trump «non ne vale la pena».

La battaglia vera va combattuta sul campo delle idee e della pratica politica, l’unico modo per mettere fine alla parabola Trump è cacciarlo a colpi di voti dalla Casa Bianca. E se non vorrà andarsene solo allora bisognerà costringerlo. Con 10 idee per cacciare Donald Trump magari.

Grazie per aver letto fino a qui. Se avete trovato interessante l’articolo, scrivetemi o commentate che magari ne parliamo. Intanto, vi lascio con l’ultima illustrazione di Miriam che come la prima cattura perfettamente lo spirito del personaggio.

10 idee per interpretare Donald Trump, un po’ di gif per stemperare il clima, qualcuna con Briatore perché boh e due splendide opere che lo catturano (Trump, non Briatore) nella sua essenza. Non poteva andare meglio, Bye!

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