“Alla Conquista del Congresso” – Recensione Netflix

Alla conquista del Congresso

tempo di lettura: 5′

«Perché una di noi possa farcela, cento devono tentare»

Alla conquista del congresso (Knock Down the House in originale) è un film documentario di Rachel Lears distribuito da Netflix lo scorso primo maggio. La regista ha seguito le campagne elettorali di quattro candidate alle primarie democratiche del 2018: Paula Jean Swearengin, Amy Vilela, Cori Bush e la celebre Alexandria Ocasio-Cortez.

Questo film ha l’obiettivo di mostrare il nuovo attivismo di parte della base democratica, prendendo come esempio la corsa di quattro donne contro avversari dell’establishment del partito, più o meno sicuri di essere rieletti perché alla testa delle rispettive “macchine politiche”.

Il film mi è piaciuto tanto perché ha qualcosa da dire che va al di là del semplice resoconto dei fatti. È montato in maniera tale che si crei uno leggero stato di tensione che si libera nei minuti finali, anche se parte del pubblico sa già come sono andate le cose.

Poi, nonostante Lears parteggi chiaramente per le quattro protagoniste, questo non è un film di propaganda. Il punto è mostrare la difficile sfida di persone comuni contro un sistema truccato, concentrandosi sulla loro esperienza da individui e sulla costruzione della loro candidatura.

Passiamo da momenti privati, intimi, ad altri dove si sottolinea il confine tra chi si è e ciò che si deve mostrare ai potenziali elettori. Il “personale” e il “politico” vengono in questo modo mescolati tramite i dialoghi, il montaggio e la regia.

Brevissima intervista alla regista Rachel Lears e alla Congresswoman Ocasio-Cortez.

Esterno ed interno.

La telecamera si concentra molto sui volti delle protagoniste ma anche sull’ambiente da dove provengono. Infatti, ai primi piani e alle riprese interne vengono alternati campi lunghi e lunghissimi in esterna: passiamo dalle case e dagli uffici delle campagne elettorali a panoramiche del Bronx e del Queens, fino alla desolazione del West Virginia e del Nevada. In questo modo, la regista crea una relazione diretta tra le figure politiche, la loro intimità e il contesto che le ha influenzate.

Le strade poi, sono le altre costanti: sono i luoghi dove le candidate guidano le loro automobili riflettendo sulle loro frustrazioni, dove passeggiano stringendo mani e raccogliendo firme, dove bussano alle porte per discutere con gli americani o per essere cacciate via. 

Tutto ciò è amplificato dai dialoghi che confermano quello che vediamo sullo schermo. Le parole chiave sono molteplici e riflettono tutte un chiaro messaggio: il cambiamento arriva dal basso e combattendo fino all’ultimo voto. “working class”, “door to door”, “grassroots” sono i termini spesso ripetuti che si oppongono ad “establishment”, “incumbent” e “political machine”.

Chi sono le quattro candidate

  • Paula Jean Swearengin (in alto a sinistra) ha tentato l’impresa più grande e impossibile: strappare la nomination al senatore democratico centrista del West Virginia Joe Manchin, rappresentante degli interessi del settore carbonifero, campo che procura lavoro ma anche cancro e altre malattie.
  • Amy Vilela (in basso a sinistra), la cui figlia è morta a 22 anni perché non era coperta da un’assicurazione sanitaria adeguata, tenta di correre in un distretto democratico di Las Vegas. È un’attivista molto vicina al modo di fare di Bernie Sanders e tramite lei ci viene mostrato quanto sia difficile raccogliere soldi per una campagna elettorale senza troppi agganci.
  • Cori Bush (in basso a destra), afroamericana del Missouri, si è candidata mettendo in luce i problemi di razzismo e discriminazione che la sua comunità subisce da parte della polizia. La cosa interessante è che dovrà sfidare la macchina politica dei Clays, padre e figlio, afroamericani a loro volta ma che poco hanno fatto per migliorare la situazione della comunità.

Alex.

È inutile dire che per quanto le storie di tutte e quattro siano interessanti, la vicenda di Alexandria Ocasio-Cortez è quella su cui il film punta tutto, sia perché è la personalità più conosciuta, sia perché il suo risultato finale è diverso da quello delle altre.

Perno di tutto il discorso, quello su di lei è il resoconto più completo del film, più approfondito, più emozionante e anche più commovente. Vediamo quanto la regista si sia innamorata di lei e quanto voglia farci innamorare del suo carattere, delle sue insicurezze e della sua intraprendenza, fino all’esplosione finale.

A volte, l’avversario della ragazza, l’uomo del partito John Crowley, è un po’ troppo “mostro” da battere, ma altre volte è presentato come incredibilmente lucido e razionale. Il film infatti gioca con noi, insinuandoci anche un piccolo dubbio: siamo sicuri che Alexandria sia la scelta giusta?

Ovviamente la risposta che ci viene data è sì, lo è.

Oltre che essere toccante (anche se a volte un po’ troppo “storia delle origini”) è una piccola finestra su una campagna elettorale grassroots. Ocasio-Cortez ci spiega la differenza tra “organizzatore” e “stratega“, mentre siamo messi davanti alle mancanze reali del Partito Democratico istituzionale.

Considerazioni.

Beh, direi che non mi resta altro che consigliare a tutti la visione di Alla conquista del congresso. Ha una costruzione chiara e non dispersiva, non è propaganda di idee ma si concentra sull’umanità e sulla pratica politica. Non dovete essere dei fan di Alexandria Ocasio-Cortez perché vi piaccia: io non lo sono, il mio atteggiamento nei suoi confronti è più di “simpatia critica”, mi piace come personaggio politico ma a volte mi trovo in disaccordo con alcune sue idee e approcci. Sorpresa.

Certo, Alla conquista del congresso in alcuni momenti tende a ridurre il tutto ad un “noi contro loro”, le nuove leve contro l’establishment del Partito Democratico venduto ai grandi interessi. La realtà è più sfumata, ma l’obiettivo del documentario non era quello di fare un’analisi critica e imparziale dei Justice Democrats.

Già da titolo e trama si capisce che qui si è voluta illustrare una battaglia immensamente umana e per questo parziale e soggettiva. Per un film-documentario, a me basta e avanza.

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