Alla ricerca del Candidato ideale. Elezioni presidenziali americane e media (1976-1996)

Mondale e Ferraro

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Questo è il testo del mio intervento al Simposio Permanente della Storia tenuto l’11 aprile 2019 all’Università di Padova. Il tono sarà un po’ più analitico del solito e la formattazione sarà senza troppi grassetti o gif varie.

Porrò l’attenzione su alcune figure e momenti secondo me esemplificativi per capire il rapporto tra candidato, media e grande pubblico, senza la pretesa di una copertura totale dei casi.

Elezioni del 1976

Il presidente Gerald Ford e l’outsider Jimmy Carter

In queste elezioni si concentrarono timori e speranze di cambiamento per molti americani che percepivano gli anni settanta come un periodo di crisi morale, economica e politica. Infatti, il presidente in carica era Gerald R. Ford, asceso al massimo ufficio dopo le dimissioni di Nixon.

Tuttavia, vi furono anche particolari novità che resero queste elezioni speciali.

  • Il ritorno dei dibattiti presidenziali televisivi dopo una prima prova nelle elezioni del 1960. Infatti, il format era stato abbandonato nelle tre elezioni successive.
  • La novità della satira politica in televisione: il Saturday Night Live ridicolizzò Gerald Ford e lo presentò come un presidente incapace e inetto. L’attore che lo interpretava, Chevy Chase, non si sforzava di assomigliare a Ford nella cadenza, nelle movenze o nell’aspetto, ma gli bastava fare l’idiota e cadere per terra alla fine dello sketch. Tutto era partito da un inciampo del presidente mentre scendeva dall’aereo, ripreso dalle telecamere.
  • La presenza di un presidente, Ford, che non era mai stato eletto né come presidente, né come vice. Questo rese la satira più facile, contro un uomo visto come un “presidente designato” e un “utile idiota” che faceva gli interessi di altri.
La parodia di Ford al Saturday Night Live.
  • La grassroots campaign (campagna partendo dalla base) e rivoluzionaria del candidato democratico Jimmy Carter per le elezioni primarie. L’ex governatore della Georgia dall’accento buffo iniziò a promuoversi senza un soldo, prestissimo, girando tutti gli stati e diventando una leggenda.
  • L’importanza delle primarie che si imposero già nel 1972 come il metodo preferito per selezionare il candidato del partito. Però, solo nel 1976 vennero sfruttate pienamente da Carter, che si presentò come outsider e alternativa all’élite di Washington. Infatti, egli proponeva un risveglio morale e religioso, assieme all’autenticità di “uomo comune” che gli arrivava dalla sua professione di coltivatore di noccioline. Nei giornali era «Jimmy Who» [is running for what?], tuttavia fu proprio questa la sua forza.

Quindi, durante le primarie la costruzione mediatica del candidato conta di più che nelle presidenziali vere e proprie. Egli qui si fa conoscere dai suoi potenziali elettori e tenta di presentarsi come l’uomo giusto confrontandosi con coloro che gli sono più simili ideologicamente.

Il boom di Carter fu infatti sopratutto durante le primarie. Egli vinse le generali ma non in maniera eclatante, l’entusiasmo infatti si era spento a causa di una scarsa incisività della sua retorica sulle questioni concrete e per un’intervista reputata poco “cristiana” alla rivista Playboy.

Elezioni del 1980

le one-liners di Ronald Reagan

L’autorevolezza conferitagli dallo studio ovale consentì a Carter di vincere le primarie contro il senatore Ted Kennedy, che oppose un ottimismo tipicamente kennedyano al pessimismo carteriano.

Tuttavia un presidente in carica sfidato da un membro del suo stesso partito non è mai un buon segno. Carter infatti venne sconfitto alle generali da Ronald Reagan, già candidato alle primarie contro Ford nel 1976, ex attore di B-movie e governatore della California. Reagan promise di fare di nuovo grande l’America e liberarla da un presidente reputato debole e insicuro come Carter.

La stampa e le televisioni ebbero un atteggiamento ambivalente nei confronti del paladino della nuova destra repubblicana: sottolineavano le sue numerose gaffe e incompetenze, la sua età avanzata ma anche il suo carisma. Il “grande comunicatore” giocò bene le sue carte sopratutto nei dibattiti, nei quali le sue doti di showman risaltarono molto.

  • Pagò di tasca sua il primo dibattito repubblicano, che sarebbe dovuto essere solo tra lui e George H. W. Bush. Tuttavia, si presentò in diretta tv come difensore della libertà di espressione, insistendo per invitare sul palco a dibattere anche tutti gli altri candidati. «I am paying for this microphone sir!» fu la one-liner che lo rese celebre, quando il moderatore tentò di spegnergli il microfono per aver violato gli accordi.
  • La seconda battuta fu l’ancora più famosa «there you go again», pronunciata con fare innocente contro le accuse di Carter al dibattito presidenziale di ottobre. Il futuro presidente umiliò Carter e lo presentò come un rancoroso che non aveva altro da gettargli contro se non vuote accuse.
Reagan risponde alle accuse di Carter con sufficienza e leggerezza.

Tuttavia, bisogna stare attenti ad esaltare l’agency di Reagan: l’elezione del 1980 è stata condizionata anche da motto «anybody but Carter» e Reagan vinse più per un rifiuto del suo predecessore che per la stima degli elettori nei suoi confronti.

Elezioni del 1984

L’esperto Walter Mondale, le “nuove idee” di Gary Hart e la donna cattolica Geraldine Ferraro

Mentre i democratici riuscirono a reggere nelle elezioni congressuali, per tutti gli anni ottanta (1980, 1984, 1988) i loro candidati persero le presidenziali. Nel 1984 fu la volta di Walter Mondale, ex vice di Carter e che quindi si prestava bene agli attacchi dei repubblicani.

Inoltre, il candidato e il suo team non avevano ancora compreso come muoversi in una campagna elettorale prepotentemente televisiva. Il responsabile per gli spot elettorali, ad esempio, fu assunto solo due mesi prima delle elezioni e Mondale stesso non si sentiva molto a suo agio in televisione.

Il risultato fu che il messaggio di Mondale risultò dispersivo e poco efficace. A Reagan invece bastava fare il presidente e mobilitare la sua base grazie alla sua retorica e ai suoi contatti, mentre l’economia era in ripresa ed egli se ne prendeva il merito.

Comunque Mondale dovette prima vincere le primarie contro candidati molto agguerriti. I suoi avversari di punta per la nomination democratica furono il reverendo afroamericano Jesse Jackson e il senatore del Colorado Gary Hart. Quest’ultimo si costruì un’immagine da “nuovo Kennedy”, con una visione spinta al futuro, poco ideologica e di fiducia verso le nuove tecnologie informatiche.

Il suo mantra era la novità di facce e di idee per il partito. Ciò però fu il bersaglio delle prese in giro di Mondale: durante un dibattito, l’ex vicepresidente rispose ad Hart citando un tormentone pubblicitario della catena di fast food Wendy’s, «Where’s the beef?» (dov’è la bistecca/ciccia) per indicare la vuotezza e la ripetitività della retorica di Hart.

Mondale, grazie ad una battuta, confermò il suo profilo da candidato esperto, responsabile e “presidenziale”. Infatti, era un “insider” del partito legato al mondo sindacale del mid-west (veniva dal Minnesota).

Mondale volle anche apparire rivoluzionario per aver scelto come sua running-mate una donna, la rappresentante del nono distretto di New York Geraldine Ferraro. Ella però dovette rimanere sulla difensiva a causa del duro scrutinio della stampa sugli affari di suo marito. Inoltre, vi fu una vera e propria offensiva clericale contro di lei, una donna cattolica pro-scelta.

Lo stesso ticket (la “squadra” dei due candidati) era poco affiatato e abbastanza strano, anche per diverse scelte di immagine. Ferraro dichiarerà poi che ai due fu consigliato di non avere troppi contatti fisici, per paura che circolassero voci su una loro relazione amorosa.

Elezioni del 1988

scandali sessuali e pubblicità negativa

Il democratico Gary Hart consolidò il suo seguito e si ricandidò nel 1988. Tuttavia, come era già successo nel 1984, i problemi principali per lui arrivano dalla stampa. Il front-runner dei democratici fu infatti colpito da uno scandalo giornalistico che lo vedeva coinvolto in una relazione extraconiugale. Hart dimostro come non avesse l’abilità o la sfacciataggine di cavalcare l’onda dello scandalo per tranne vantaggio. Paradossalmente, decise di ritirarsi dalla corsa, nonostante il sostegno del pubblico nei suoi confronti rimanesse alto.

Tutto questo ci dice come molti elettori riuscissero comunque a distinguere tra vita privata e vita pubblica di un candidato. Tuttavia, le pressioni di una certa stampa d’assalto, invasiva anche nei confronti della sua famiglia, lo portarono a rinunciare alla candidatura, per timore che la questione monopolizzasse la sua intera campagna elettorale.

Altre importanti questioni di immagine e notevoli conflitti tra politica e media costellarono la corsa del 1988.

Il candidato dei repubblicani, il vicepresidente uscente George H. W. Bush, godette della debolezza dei democratici e della popolarità ereditata da Reagan per i successi di quest’ultimo in politica estera.

Anche qui il dibattito presidenziale si rivelò importante. Il moderatore Bernard Shaw pose al democratico Michael Dukakis la prima domanda: «Se Kitty Dukakis [sua moglie] venisse stuprata e uccisa sarebbe favorevole alla pena di morte irrevocabile per l’assassino?». La risposta di Dukakis, che si oppose alla pena di morte con motivazioni ragionate, fu reputata fredda e confermò il suo profilo da burocrate insensibile.

La domanda è però l’esempio perfetto di un tipo di giornalismo televisivo che gioca sull’emotività e sull’orrore dello spettatore, piuttosto che puntare all’informazione. Inoltre, rievocava lo scandalo che colpì la campagna elettorale di Dukakis.

Infatti, quando era governatore, Dukakis aveva concesso ad un condannato a vita una licenza di uscita per un fine settimana; durante questo lasso di tempo, il criminale aveva ucciso una coppia dopo aver stuprato la donna. Lo stereotipo di schiavistica memoria del nero in fuga che stupra le donne fu utilizzato per associare il criminale a Dukakis con parole come “team mate” e “amico”.

Ciò avveniva mentre sulla stampa circolavano indiscrezioni sul fatto che Dukakis potesse scegliere come suo running mate Jesse Jackson, considerato dai repubblicani un estremista. L’associazione tra i due afroamericani fu tacitamente incoraggiata dalla campagna di Bush, che “delegò” il compito di sporcarsi le mani ad altri gruppi di azione politica.

Elezioni del 1992 e del 1996

Bill Clinton: cavalcare lo scandalo, “nuovo” vs “vecchio” e “tutto e il contrario di tutto”.

Bill Clinton sconfisse il presidente uscente George H. W. Bush nelle elezioni del 1992. Il successo della campagna di Clinton fu quello di essere riuscito a contrapporre il “nuovo” al vecchio”. Infatti, la generazione dei Baby Boomers, nella retorica clintoniana, era quella che avrebbe rimpiazzato la vecchia politica di Bush (nel 1992) e di Bob Dole (nel 1996). Tuttavia, anche i vecchi democratici della “coalizione new deal” e johnsoniani (semplificando) erano i bersagli della sua critica.

Clinton, infatti, era un candidato ambivalente, ambiguo e controverso.

  • Come Carter, era un ex-governatore del sud poco conosciuto e fece buon uso della sua fama di outsider e di amministratore capace.
  • Riecheggiando, senza abbracciarlo totalmente, uno stile di vita mitizzato dalla sua generazione, non si lasciò sopraffare dagli scandali, dal gossip e dalla sua fama di “libertino”. Anzi, riuscì a cavalcarla e a trarre il meglio dalla situazione portando in prima linea la sua famiglia, la moglie Hillary in particolare. Inoltre, partecipava ai late-show, suonava il sax in tv e scelse un vicepresidente della sua età.
  • Nonostante tutto ciò, non dava l’impressione di voler mettere in pericolo i valori tradizionali dell’America. Cercava di essere rassicurante per qualsiasi tipo di elettore, in particolare dal 1996 quando si disse che il suo stile riscontrava i favori delle “soccer mums” (casalinghe bianche della classe media). Nel 1992 promise un universal healthcare ma anche di «abbattere lo stato sociale così come lo conosciamo» e criticò il partito democratico per essere l’approdo dell’assistenzialismo.
  • Quando le riforme fallirono, decise di dare il via ad una strategia di triangolazione, tra progressisti e moderati con la presidenza come moderatrice. Questo l’avrebbe portata a fare una campagna elettorale più centrista.

Anche il successo di Clinton, tuttavia, non deve essere troppo attribuito alla sua abilità politica. L’assopimento repubblicano (almeno alle presidenziali), assieme alla partecipazione alle elezioni del multimiliardario anti-sistema Ross Perot, lo favorirono. Clinton sapeva rapportarsi alla gente in maniera molto personale e con empatia, ma non riuscì mai a vincere la maggioranza del voto popolare. La prima volta ricevette il 43% dei suffragi, la seconda il 49%.

Clinton dimostra durante il dibattito di saper entrare in empatia con gli elettori.

Conclusioni

abbiamo affrontato tre punti fondamentali:

  1. La costruzione dell’immagine del candidato sui media. Essa ci mostra i modelli interpretativi con cui i candidati vengono presentati al pubblico dalla stampa e dalle campagne elettorali stesse. Emergono i binomi “outsider-insider”, “autentico-falso” e “empatico-distaccato”. Inoltre, l’autorevolezza della poltrona presidenziale può conferire dei vantaggi: ciò è chiamato “power of incumbency”. Chi arriva da altre cariche, invece, può crearsi una credibilità apparendo più o meno “presidenziale”.
  2. Il conflitto tra campagne elettorali e media sul dominio della narrazione sul candidato. Vince questo confronto chi ha l’abilità e la fortuna di dominare l’attenzione, creando il “momentum“. Le campagne sfruttano i media per amplificare la popolarità del candidato, ma televisioni e stampa sfruttano a loro volta la vendibilità o meno dei politici, cercando di amplificare o affossare il momentum. Inoltre, i dibattiti assumono rilevanza grazie all’interpretazione giornalistica, che dice chi ha vinto o meno e quali sono stati le one-liner o gli scivoloni.
  3. Il conflitto tra campagne elettorali avversarie, con l’utilizzo della pubblicità politica e dei dibattiti per screditare la parte altrui. Si fa spesso ricorso a stereotipi, calunnie, costruzioni artificiose, un processo che si è rafforzato negli anni ottanta ed è arrivato fino ad oggi.

Tuttavia, tutto ciò è importante, ma non decisivo per la vittoria finale: una costruzione mediatica efficace delle candidato è solo una delle concause che contribuiranno alla vittoria finale, assieme ad altri movimenti meno evidenti ma più decisivi.

Quello che mi interessava sottolineare erano più le strategie per costruire queste candidature che il risultato finale e spero di avervi dato qualche spunto di riflessione, magari anche per il confronto con l’oggi.

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