Black Lives Matter in prospettiva storica – appunti #1

Il Movimento Black Lives Matter nacque nel 2014 a seguito dell’uccisione del giovane afroamericano Trayvon Martin e dell’assoluzione di George Zimmerman, il suo assassino. BLM fu fondato da tre donne nere: Alicia Garza, Patrisse Cullors e Oal Tometi e ha guadagnato una notevole forza negli ultimi dieci anni, dato il riaccendersi delle tensioni razziali negli Stati Uniti, causate dal risveglio di un’America bianca e razzista, ma anche da problemi sistemici mai risolti, che mostrano come molti afroamericani siano ancora cittadini di serie B, non partecipi delle protezioni che la democrazia americana garantisce ai bianchi. «Black Lives Matter!» quindi, per ribadire che le «vite nere contano»: una frase che può apparire una banalità, ma che alla prova dei fatti si rivela rivoluzionaria.

Infatti, molti oggi ricordano i nomi di Eric Garner, Michael Brown, Breonna Taylor, George Floyd, uccisi da poliziotti americani. Le proteste di quest’anno sono il culmine di queste vicende: partendo dall’opposizione alla brutalità della polizia, ha ritrovato forza il dibattito sul razzismo sistemico negli Stati Uniti, che arriva a discutere persino i simboli e la concezione che gli USA hanno della propria storia, come dimostrano le vicende relative alla rimozione delle statue confederate e la continua discussione sul passato schiavista. 

Black Lives Matter

Proprio la storia americana è la chiave per interpretare le vicende odierne. Non solo per comprendere il razzismo, ma anche l’antirazzismo. Black Lives Matter è un esempio di ciò, come ha sostenuto la storica Keisha N. Blain in una recente intervista. Sebbene BLM si concentri come mai nessun gruppo aveva fatto prima sulla brutalità delle forze dell’ordine e sulla facilità con cui gli afroamericani muoiono nelle mani della legge, alcune continuità possono essere rintracciate con i movimenti che l’hanno preceduto, riconnettendosi per certi aspetti anche alla resistenza degli schiavi africani arrivati nelle colonie inglesi nel 1600. Tuttavia le traiettorie storiche, come Blain ricorda, non sono mai chiare e lineari. 

Leadership

Apparentemente, c’è una differenza fondamentale tra BLM e il Civil Rights Movement più famoso, quello degli anni sessanta del Novecento: quest’ultimo era strutturato su leadership forti, con alla testa figure come Martin Luther King Jr. e Malcolm X, mentre BLM ha una struttura meno verticistica, più orizzontale e comunitaria, dove i leader non mancano ma sono molteplici e cangianti. È difficile insomma identificare una “testa” da prendere di mira, come invece fecero i nemici dell’eguaglianza negli anni sessanta: per indebolire il movimento bisognava rimuovere i capi, ed ecco perché Malcolm X e MLK pagarono entrambi con la vita. 

Tuttavia, questo è solo un pezzo della storia: anche le lotte degli anni cinquanta e sessanta ebbero come importante fulcro le singole comunità afroamericane e le loro capacità organizzative. In generale, le imposizioni dall’esterno non venivano viste di buon occhio, nella consapevolezza che nessuno meglio degli abitanti di un certo quartiere o di una certa area poteva rispondere in maniera efficace agli abusi.

Allargando lo sguardo storico, queste forme di resistenza hanno alcune connessioni con le dinamiche di mutua assistenza tra gli schiavi prima della Guerra Civile, i quali creavano comunità autonome all’interno delle piantagioni o catene di soccorso come la “Ferrovia Sotterranea” per gli schiavi fuggiaschi —  sempre senza un unico “capo”. Ancora, leader come Marcus Garvey basarono il loro attivismo sui valori comunitari nella Harlem degli anni venti, e lo stesso Garvey contribuì a internazionalizzare la lotta dei neri d’America con l’ideologia del panafricanismo e del nazionalismo nero, ripresa poi da Malcolm X. Come abbiamo visto quest’anno, con le proteste che si allargavano anche all’Europa, la tensione internazionale è un’altra componente fondamentale di Black Lives Matter:anche se in un contesto diverso, parole apparentemente vecchie come “colonizzazione” e “decolonizzazione” sono tornate in auge quest’estate. 

Black Lives Matter = Women in charge

Un ultimo punto fondamentale di contatto tra BLM e l’esperienza afroamericana di lungo periodo è il protagonismo delle donne, come Blain ricorda. Nella seconda metà dell’ottocento, importantissimo fu il contributo di Harriet Tubman — soprannominata “la Mosè del suo popolo” — e di Sojurner Truth, fuggite entrambe dalla schiavitù e diventate attiviste per l’emancipazione dei neri e per i diritti delle donne. La giovane giornalista e attivista Ida Bae Wells, inoltre, nel periodo della ricostruzione fu una delle poche voci a denunciare i linciaggi degli afroamericani. I suoi articoli, che denunciavano come artefatta l’immagine dei neri stupratori di donne bianche, una frequente giustificazione per i linciaggi, rimangono ancora oggi fondamentali per comprendere lo stigma razziale.

Infine, tornando al movimento degli anni sessanta, furono importantissime Diane Nash, Fannie Lou Hamer e soprattutto Ella Baker: attivista radicale e stratega dello Student Non Violent Coordinating Commettee, Baker fu critica della leadership carismatica (e maschile) di King, preferendo un approccio grassroots, di organizzazione  comunitaria dal basso, che si avvicina di molto a quello di BLM. Anche negli anni ottanta, furono due donne nere, Mary Bumpurs e Veronica Perry, le prime a porre seriamente il problema della brutalità della polizia nella città di New York, organizzando eventi facendo pressione sulle autorità. 

Black Lives Matter
Ella Baker

Tornando infine a BLM quindi, essa stessa fondata da tre donne, nonché spalleggiata dalle Mother of the Movement, che raduna le madri di vittime della police brutality. Ancora una volta l’attivismo, l’associazionismo e la leadership femminile risultano imprescindibili per il progresso dell’America nera. 

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