Ciao Harlem – Mari IN ‘merica #27-#28

Ieri ho detto “ciao” tante volte.

Però venerdì ho passato la giornata a fare il bucato a mano in casa, perché con tutto quello che pago di questo vecchio appartamentino scrauso senza lavatrice, col cavolo che vado in lavanderia, piuttosto faccio fatica e uso tutta l’acqua. Anche perché questa settimana ho rotto una tazza, e ci ho rimesso 20$. Sì, perché sapete, era di un set di 4 (da discount, mica porcellana), ma la proprietaria mi ha scritto che deve sostituire tutto il set ora che UNA si è rotta! Ovviamente.

Dov’ero rimasto? Ah sì, che oggi ho detto “ciao” tante volte.

A mezzogiorno sono andato a pranzare al Red Rooster, un ristorante dove si mangia da dio ad un isolato dal mio appartamento. Ho preso questo Hamburger stupendo (si chiamava Lennox qualcosa…) con l’uovo all’occhio di bue, le patatine e tutto il resto. È stato il mio primo e unico pranzo in un ristorante che non fosse fast food, dato che i locali sono costosetti e io vado un po’ a risparmio. Non avete idea di quanto fosse buono quel panino. Forse è stato il mio primo vero pranzo COMPLETAMENTE BUONO da un mese a questa parte.

Sia chiaro, me la cavo a farmi da mangiare. Dopo un po’ di spaesamento iniziale, qui si trovano anche gli ingredienti che ti intendi. Solo che o il tempo per cercarli era poco e ripiegavo sullo scatolame, o le combinazioni non parevano mai “giuste”. Ad esempio, qui in America, per avere dei tortellini ripieni di carne e non di formaggi vari, uno non ha altre alternative che fabbricarseli.

Ah sì, il fatto che ho detto “ciao” tante volte.

Durante il pranzo ho fatto due chiacchiere con la cameriera. Solite cose: come va, se mi piace il piatto e da dove vengo . Quando le dico che sono italiano, mi dice “ciao”, che è l’unica parola che conosce e io quindi imbarazzato le rispondo “ciao”. Poi è ora di chiedere il conto e di uscire: riecco quindi che mi dice “ciao” ridendo e io le rispondo di nuovo “ciao”. Fine della storia.

Ieri sera, poi, avevo il biglietto per l’Apollo Theatre.

C’era lo speciale natalizio della Amateur Night at the Apollo, una sorta di talent show tipico dello storico teatro di Harlem, nel quale si esibiscono artisti giovani ed emergenti davanti ad un pubblico molto severo, che applaude o boccia con sonori “BOOOOOH” le esibizioni.

Ieri sera era l’Holiday Special e non era una gara: poche botte quindi, ma tanto talento sul palco. Le reazioni del pubblico meritavano comunque, con diversi individui che si sbracciavano e urlavano incoraggiamenti vari agli artisti, mentre altri avevano reazioni adorabilmente esagerate quando i cantanti raggiungevano le note più alte.

Questa volta non saprei fare un’analisi della serata, perché le competizioni musicali, canore e di danza non sono il mio campo e non conoscevo coloro che si sono esibiti.

Una cosa però l’ho capita, ovvero che non erano troppo “amatori”, ma semi-professionisti. Infatti erano arrivati in finale o avevano vinto edizioni passate dell’Amateur Night, di America’s Got Talent e di altre competizioni. Quella di ieri sera è stata veramente un’esperienza unica, anche per la varietà e la diversità degli artisti in campo: cantanti, ballerini, pianisti, tastieristi…

La cosa più importante, però, è che costoro erano tutti giovanissimi, più giovani di me: la maggior parte aveva tra i 12 e i 15 anni. La serata è filata benissimo, ma ho dovuto superare i complessi di inferiorità che mi hanno attanagliato durante la prima mezzora.

Concluso il tutto, sono uscito e ho fatto la solita foto di rito alla scritta luminosa. Una coppia mi ha chiesto se potevo fargli una foto e perciò io l’ho fatta a loro (molto bene) e loro l’hanno fatta a me (eh…).

il marito/fidanzato/boh mi chiede di dove sono perché ha sentito che avevo un accento, per cui gli dico che sono italiano e allora stringo la mano a lui e a sua moglie/compagna/boh. Mi ringraziano e ci salutiamo, quindi lei mi dice “ciao!”, io le rispondo “Ciao!” e anche il signore mi dice “Ciao!”.

E quindi, eccoci qui. La mia ultima serata ad Harlem. Ciao! I suppose.

A voi non dico ciao, ma grazie.

Ora che la prima parte del mio viaggio è terminata, mi sto dirigendo a Philadelphia. Volevo ringraziare tutti coloro che hanno dedicato cinque o dieci minuti al giorno per leggere il mio diario o anche solo guardare le mie storie. Anche coloro che stanno recuperano piano piano gli articoli nei momenti liberi: grazie.

Lo sappiamo tutti, il pubblico che mi legge è ristretto. Non scriverei su questo blog (o “diario” ora) se fosse prima di tutto utile a me: per tenere allenata la scrittura, dato che a volte mi rendo conto di essere poco in forma; ma soprattutto, per tenere traccia di eventi a cui assisto, di esperienze che faccio e di pensieri che collego nella mia testa e che un giorno tornerò a ripescare.

La comica Michelle Wolf, nel suo nuovo speciale su Netflix, ha detto che «I blog sono una conversazione che nessuno voleva avere con te». È vero e mi ha fatto molto ridere. Però è anche vero che a qualcuno interessa, perché le statistiche le ho sotto mano e il feedback diretto ogni tanto arriva. Tra i momenti più felici dell’ultimo anno conto quelli in cui amici e conoscenti mi hanno mandato un messaggio per dirmi che hanno apprezzato un mio articolo, o lo tirano fuori per discuterne nel bel mezzo di una conversazione. Grazie.

Spero che continuerete a seguirmi la prossima settimana, dove toccherò diverse città degli Stati Uniti, per tornare infine qui a New York a passare le vacanze natalizie, durante le quali i contenuti del blog si faranno meno assidui. 

Non disperate però, miei fedeli lettori. Perché nonostante dieci mesi fa le aspettative fossero altre e l’entusiasmo fosse un altro, a febbraio Mari’merica compie un anno e non va da nessuna parte.

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