Di che t’impeachment? Parte 2: storie di accuse, giudizi e dimissioni

Impeachment

Nel suo La Democrazia in America, scritto negli anni trenta dell’ottocento, Alexis de Tocqueville affrontò anche la questione dell’Impeachment, da lui chiamato “Giudizio politico”.

«Per giudizio politico intendo la sentenza pronunciata da un corpo politico rivestito momentaneamente del diritto di giudicare»

Ma chi si giudica?

A essere giudicati sono i funzionari pubblici, che sono punti con la sola rimozione dalla carica se ritenuti colpevoli dei reati imputatigli. Questo vuol dire che poi, interverranno i tribunali ordinari una volta che verrà rimosso il funzionario, nel nostro caso il Presidente degli Stati Uniti. Come ho già ricordato nello scorso articolo, la Costituzione americana stabilisce che la Camera dei Rappresentanti svolga il ruolo di accusa e il Senato di giudice.

Infatti, Tocqueville ricorda come il “giudizio politico” sia una misura più politico-amministrativa che penale, in quanto:

«Lo scopo principale del giudizio politico negli Stati Uniti è quello di togliere il potere a chi ne ha fatto cattivo uso, e impedire che questa stessa persone ne possa per l’avvenire essere rivestita».

Sebbene nessun presidente americano all’epoca di Tocqueville fosse stato sottoposto a impeachment, egli affermava che per i legislatori era uno strumento abituale di governo e molto semplice da usare per sbarazzarsi di rivali politici.

Tocqueville lancia infatti un monito:

«Quando le repubbliche americane cominceranno a degenerare, credo che si potrà facilmente accorgersene: basterà vedere se il numero dei giudizi politici aumenterà».

Tocqueville non dice questo per difendere le scelte democratiche dei cittadini, anzi, non era proprio un fan della democrazia. Comunque, le sue affermazioni ci possono essere utili per tutelarla. Richiamano infatti quel pericolo di cui parlavo la settimana scorsa, ovvero che l’utilizzo frequente dell’impeachment (e ancora più frequentemente della sua minaccia) possa collidere con il responso elettorale (anche se pessimo) dei cittadini.

Sì, sto facendo un po’ l’avvocato del diavolo. Credo che l’impeachment di Trump sia una cosa dovuta, ma ritengo anche che non sia uno strumento da usare con leggerezza, come è già stato fatto in passato.

Ma quali sono stati i casi di impeachment presidenziale?

La Costituzione degli Stati Uniti, entrata in vigore nel 1789, stabilisce che il Presidente possa essere rimosso per alto tradimento, corruzione o «altri grandi crimini e delitti». Tutto ciò è abbastanza ambiguo, soprattutto la parte dei «grandi crimini», su cui per due secoli si è interrogata la giurisprudenza.

Inoltre, va ricordato che la procedura è stata spesso minacciata, ma nessun Presidente USA è stato rimosso dalla carica come conseguenza diretta di impeachment.

Andrew Johnson

Il primo procedimento fu avviato contro Andrew Johnson, l’impopolare successore di Lincoln. Gli USA erano appena usciti dalla Guerra Civile e gli schiavi liberati dovevano essere integrati nell’economia e nella società americana. Al contempo, il presidente cercava anche una pacificazione con i sudisti, ex proprietari di schiavi, usciti sconfitti dalla guerra. I repubblicani radicali, invece, propendevano per velocizzare l’affrancamento degli ex schiavi e assunsero un atteggiamento più punitivo nei confronti dei bianchi del sud. Johnson fu quindi accusato di interferire con le prerogative congressuali e si salvò grazie ad un solo voto al Senato.

Uno dei leader dei repubblicani radicali e sostenitore dell’impeachment fu il rappresentante Thaddeus Stevens. Egli fu un grande abolizionista, bistrattato nella storiografia e nella cultura di massa americana a cavallo dei secoli XIX e XX, a causa della sua durezza nei confronti dei sudisti. Tuttavia, egli venne riscattato da Steven Spielberg nel suo film Lincoln, nel quale è un burbero campione delle libertà interpretato da Tommy Lee Jones.

In questa scena, Stevens espone a Lincoln le sue idee sul dopoguerra, abbastanza rivoluzionarie per l’epoca.

Richard Nixon (no.)

Tornano all’impeachment, quando si pensa ad esso viene quasi automaticamente in mente Richard Nixon: accusato di corruzione e ostruzione alla giustizia a seguito del “Caso Watergate”, non affrontò il procedimento poiché si dimise prima che esso avesse inizio, nel 1974. La sicurezza di aver perso il sostegno del suo partito e di non poter scampare la rimozione, lo portò ad essere l’unico presidente dimissionario della storia americana.

Bill Clinton

Il secondo presidente, dopo Johnson, ad essere messo in stato di accusa fu Bill Clinton, il re della coolness, alla fine del 1998. Il procuratore Kenneth Starr, un repubblicano estremista che indagò su di lui e su Hillary per malversazione (il caso “Whitewater”), propose l’impeachment per una faccenda del tutto diversa, che riguardava i rapporti sessuali di Clinton con la stagista Monica Lewinsky. I repubblicani accusarono Clinton del “grande crimine” di aver mentito sotto giuramento sui rapporti avuti con Lewinsky, ma egli superò facilmente la procedura data la scarsa gravità delle accuse.

I repubblicani al congresso si misero in imbarazzo poiché stavano perseguendo ferocemente un presidente accusato di aver detto una semplice bugia. Inoltre, non avevano il sostegno degli elettori, che sganciarono i vizi privati del presidente dal giudizio sul suo operato politico. Invece, la colpa e il processo mediatico ricaddero sopratutto su Monica Lewinsky, all’epoca una ragazza di 23 anni che si ritrovò bombardata da insulti e derisioni su giornali, televisioni e internet.

E ora?

Certo, l’esempio di Clinton e la minaccia continua di impeachment contro Bush, Obama e Trump, possono essere visti come segnali preoccupanti. Bisogna considerare però che un conto è parlarne, un altro è procedere e un altro ancora è rimuovere un presidente.

L’ultimo dei tre casi non è mai accaduto e perché avvenga con Trump servirà un grande esame di coscienza da parte dei repubblicani al Senato. Ormai sta venendo fuori tutto. Se non pensate ancora che il presidente sia matto, vi invito a visitare il suo profilo Twitter per assistere ai suoi deliri di persecuzione/onnipotenza. Ha persino citato un predicatore evangelico che ha paventato una possibile nuova guerra civile in caso di rimozione di Trump.

Ogni tanto penso seriamente che questa gente legga Mari’merica. Giuro, quella sulla Guerra Civile nell’ultimo articolo era solo una blanda citazione moralista, NON ERA UN SUGGERIMENTO, DAMN.

Non avevo nemmeno previsto, quando ho fatto un post sull’impeachment in Italia, che il nostro paese c’entrasse veramente in questa questione. Il governo italiano, infatti, assieme a quello australiano, sembra essere stato uno di quelli su cui l’amministrazione Trump ha fatto pressioni in merito all’indagine sulla Russia. La grande e improvvisa stima di Trump verso il nostro Giuseppi Conte ci appare quindi più comprensibile.

A proposito di Italia.

Non ho praticamente mai parlato di Italia qui sul blog, né nei rapporti tra Italia e Stati Uniti. Però qui si potrebbe fare un collegamento interessante.

L’articolo 90 della nostra Costituzione indica la possibilità di messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica. A differenza che negli USA, è tutto il parlamento che accusa e processo di giudizio è un po’ più complesso.

La cosa interessante è che anche da noi molti parlamentari hanno minacciato l’impeachment: sotto le presidenze di Giorgio Napolitano, di Oscar Luigi Scalfaro di Giovanni Leone e Francesco Cossiga.

Nel 2014 il Movimento 5 Stelle cercò di porre Napolitano sotto stato di accusa, senza successo. I casi più gravi furono invece quelli di Leone e Cossiga, dato che si arrivò alle dimissioni dei due presidenti prima del termine del loro mandato.

Il Leone e il picconatore.

Leone fu accusato di aver preso parte allo “scandalo Lockheed”, che riguardava l’acquisto illegale di caccia da parte di alcuni governi, in cambio di tangenti, dall’azienda statunitense Lockheed. Il Partito Comunista Italiano annunciò di voler procedere con l’impeachment e così Leone si dimise. Il procedimento fu quindi lasciato cadere. Ciò avveniva il 15 giugno del 1978, a seguito di numerose polemiche sul presidente, sulla sua famiglia e a poco più di un mese dall’omicidio di Aldo Moro.

Giovanni Leone (al centro) assieme al presidente americano Gerald R. Ford (a sinistra).

Con Cossiga, invece, si formalizzarono tutti i capi d’accusa, in particolare per il ruolo, da lui stesso rivendicato, nella formazione dell’organizzazione paramilitare Gladio. C’entravano anche le sue continue “picconate”, ovvero le sue esternazioni e insinuazioni (a volte veri e propri insulti) sui suoi nemici, sui suoi alleati e su istituzioni come la magistratura. Insomma, Cossiga voleva scuotere un sistema che reputava inerte e incapace di far fronte alle nuove sfide aperte dal crollo del Muro di Berlino, togliendosi nel frattempo qualche sassolino dalla scarpa.

Comunque, il parlamento respinse i capi d’imputazione della minoranza. Cossiga diede l’ultima picconata formalizzando le sue dimissioni, abbastanza inutili, a due mesi dallo scadere del suo mandato.

N.B. Alexis de Tocqueville citato da: La Democrazia in Amerca, Capitolo Settimo: Il Giudizio Politico negli Stati Uniti, p. 109-104, Bur, 2015.

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