Di che t’impeachment? Parte 1: la mia opinione sul caso Trump-Ucraina

impeachment

Martedì sera, la Speaker della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, capo de facto del Partito Democratico, ha annunciato l’avvio della procedura che dovrebbe portare all’impeachment, ovvero la messa in stato di accusa del presidente Donald Trump.

Cosa significa? Seguendo i dettami della costituzione americana, la Camera indagherà sul presidente (impeachment inquiry) tramite le sue commissioni e voterà la messa in stato di accusa dopo aver formulato uno o più Articles of Impeachment, i capi d’accusa. In caso di voto positivo, il Senato giudicherà se il presidente è colpevole o meno. Egli potrà essere rimosso dalla carica solo con il voto favorevole di due terzi dei senatori. Quindi: Camera = Accusa, Trump e avvocati = Difesa, Senato = Giudice.

In questo articolo (parte I), vi parlerò un po’ del caso di Trump e delle mie opinioni su di esso. Nel prossimo (parte II), affronterò l’impeachment in una prospettiva più di lungo periodo, citando anche qualche caso non statunitense.

Di cosa è accusato Trump?

I motivi immediati per l’inizio della procedura sono, stavolta, molto semplici, non riguardano il “Russiagate” ma una telefonata tra Trump e il presidente ucraino Zelensky. Trump ha chiesto a Zelensky di indagare sul suo avversario politico principale nelle elezioni del 2020, Joe Biden, basandosi su teorie senza fondamento e già screditate in passato. Il tutto ha assunto anche il carattere di un ricatto (implicito, nella migliore tradizione dei mafia movies) poiché Trump ha chiesto il «favore», come lo chiama lui, proprio quando Zelensky ha domandato aiuti militari. Ad aggravare il tutto vi è il fatto che Trump aveva deciso in quel periodo di rinviare gli aiuti economici per l’Ucraina.

Trump, come sappiamo, si crede onnipotente e non gliene è importato nulla che altri abbiano ascoltato e trascritto la telefonata ufficiale: non si è trattenuto in fatto di richieste personali ed è toccato poi ai funzionari della Casa Bianca tentare di insabbiare la vicenda, senza successo. Un funzionario della CIA, turbato dalle implicazioni della conversazione ha avviato una reazione a catena: ha allertato i suoi superiori, che hanno sottoposto il caso al congresso, che l’ha portato all’attenzione della spekaer e anche della stampa. La Casa Bianca ha anche pubblicato una sintesi della telefonata che non nasconde curiosamente le responsabilità di Trump.

Pelosi si è concentrata su un termine chiave: tradimento, in particolare della sicurezza nazionale degli Stati Unti. In questo campo si muoverà l’indagine delle commissioni, in particolare la commissione Giustizia, mentre non è escluso che saltino fuori tanti altri retroscena e crimini commessi dal presidente e dai suoi collaboratori. Tutto ciò potrà essere materia d’impeachment.

La virata di Nancy sull’impeachment.

La speaker Nancy Pelosi, quando ha annunciato l’inizio della procedura, ha cambiato la linea di non-intervento che aveva mantenuto in questo ultimo anno. Questo perché il rapporto Muller sulle interferenze Russe nelle elezioni del 2016 si posizionava su una linea di “dico – non dico”, non implicando esplicitamente il presidente pur riconoscendo le sue gravi responsabilità (Sì esatto, ‘na paraculata).

Pelosi resistette alle pressioni della sinistra del suo partito, che avrebbe voluto l’impeachment, nel timore che la battaglia finisse per ritorcersi contro i democratici e minare le loro possibilità di controllo della camera nelle elezioni del 2020. La speaker affermava che la procedura avrebbe diviso un paese già troppo polarizzato.

Tra l’altro, ancora adesso, la maggioranza dei cittadini americani non è a favore dell’impeachment. Inoltre, vi è da considerare il fatto che il Senato ha l’ultima parola, un’istituzione a maggioranza repubblicana, quest’ultima quasi totalmente schiava del consenso trumpista. Alcuni di coloro che un tempo potevano essere considerati “conservatori di sani principi” come il senatore Lindsay Graham, sistematicamente giustificano o fanno finta di non notare ogni abuso e dichiarazione idiota di Trump. In sintesi, sono un branco di lecchini senza spina dorsale.

Strategia e coraggio.

Tornando a Pelosi, lei è una grande stratega politica, ha sempre tutelato il suo potere e quello del Partito Democratico. È tornata sullo scranno di Speaker, la terza carica dello stato, dopo un’assenza di otto anni riscontrando un’opposizione insignificante all’interno del partito, a dimostrazione dei suoi solidi legami e del suo potere indiscusso. Tutto ciò non si direbbe mai, poiché ci appare come l’anti-carisma per eccellenza: una voce bassa e insicura, qualche tic, degli occhi vacui e un’espressione un po’ sperduta. Anche in America hanno i loro Andreotti.

Perché rischiare le sorti del partito ora? Perché, semplicemente, in questo momento c’è la “pistola fumante”: l’abuso di potere da parte di Trump è talmente evidente che la normalità costituzionale richiede un intervento. Pelosi, inoltre, non può pensare di guardare dall’altra parte e uscirne con la reputazione intatta. Tattica a parte, è comunque una scelta coraggiosa, perché al momento la rimozione del presidente sembra destinata a fallire al Senato, com’è sempre successo, e manca ancora un solido sostegno all’impeachment. Bisogna anche considerare che le elezioni saranno comunque condizionate da tutto ciò: Trump non chiederà l’aiuto dei russi questa volta (o forse sì, è imprevedibile), ma farà per tutto il tempo ciò che gli riesce meglio, ovvero la vittima.

Però appunto, come vedremo prossimamente, si sono avviate procedure d’impeachment per molto meno: il comportamento di Trump, che senza prove esplicite e basandosi su teorie del complotto chiede auto ad un paese straniero per danneggiare un americano suo avversario politico, è molto grave. Anche se la sua rimozione fallirà, nessuno potrà recriminare ai democratici di essere stati a guardare.

Cosa ne penso io?

Nell’articolo dedicato a Trump, avevo scritto che consideravo l’impeachment una mossa poco saggia: all’epoca si parlava della collaborazione con la Russia nelle elezioni del 2016 e sebbene credessi (e creda ancora) alla maggioranza delle accuse rivolte a Trump sul caso, ritenevo impraticabile la messa in stato di accusa. Questo per i motivi di opportunità politica di cui vi parlavo prima e perché i fatti sul “Russiagate” erano troppo nebulosi e quindi ben manipolabili dalla propaganda trumpista. Tuttavia, c’era anche un motivo di principio: un personaggio spregevole come Trump va battuto e sotterrato in sede elettorale, solo quello può mettere la parola “fine” al fenomeno.

A tutto questo credo ancora, l’impeachment non risolverà il problema di Donald Trump. Comunque, ripeto, ora i fatti sono talmente evidenti, talmente ovvi, che la procedura mi sembra quasi automatica. L’impeachment si configura certamente come una politica attraverso altri mezzi che può minare la sovranità popolare manifestatasi nelle elezioni, ma in questo caso è dovuto: si trova nella costituzione proprio per circostanze estreme come questa.

È anche una questione di rigettare il cinismo per le istituzioni considerate come solo dedite alla tattica, alla convenienza politica e ai compromessi sottobanco. È anche un momento decisivo per il futuro del Partito Democratico, che potrebbe anche suicidarsi con questa scelta, ma a cui andrà riconosciuto il coraggio di aver tentato di fare qualcosa contro uno squilibrato che auspica beffardo ad una presidenza eterna.

La predica.

Odio moralizzare certe questioni, ma il dilemma è quello di Albus Silente, tra scegliere ciò che è giusto e ciò che è facile. È anche quello, un po’ drastico, prospettato nel monologo finale di John Quincy Adams nel film Amistad (pellicola abbastanza anti-storica, ma qui ci serve): Se battersi per ciò che è giusto «significasse Guerra Civile, allora che venga e quando verrà possa essere finalmente l’ultima battaglia della Rivoluzione Americana». Tradotto: potremmo anche andare incontro alla rovina sul breve periodo, ma sul lungo qualcuno ci darà ragione.

Lo so, è tutto estremamente retorico e banale, ma quante volte ci lamentiamo per i tatticismi e l’assenza di contenuto e principi in politica? La Costituzione degli Stati Uniti mette a disposizione uno strumento specifico per questo caso ed è sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vedere. Basta usarlo.

E qui arrivo all’arringa finale. In questo blog vi ho parlato sia di cose gradevoli, sia di cose sgradevoli che hanno a che fare con gli Stati Uniti. Di una cosa però sono sempre stato convinto: che il sistema istituzionale americano, nonostante i suoi difetti legati alla fragile rappresentanza e al lobbismo, sia qualcosa di solido e costruito decentemente. È stato pensato bene e ha resistito alla prova del tempo. È stato anche piegato per far fronte alle esigenze delle diverse epoche storiche, come il sacrosanto avanzare della democrazia.

Il problema è che questa impalcatura è spesso occupata da gente che fa un po’ schifo, da personaggi che sono espressione di una massa eterogenea e contraddittoria, ovvero coloro che occupano una porzione immensa di territorio dall’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico. Certo, mi direte, in fondo le istituzioni sono le persone e le persone sono le istituzioni. Allora vi dico: tocca a quelli che fanno meno schifo usare quelle istituzioni per difendere ciò che funziona.

Dato che ci sono, usiamoli questi strumenti, oh figa.

Per approfondire:

  • Le notizie principali le ho tratte dagli articoli qui presenti: https://www.ilpost.it/tag/impeachment/; https://www.ilpost.it/tag/ucraina/
  • Luconi S., Il sistema istituzionale degli Stati Uniti d’America, GoWare, 2018.
  • Come funziona l’impeachment spiegato meglio: https://youtu.be/NRwPqfPFHSw
  • Sull’impeachment come politica attraverso altri mezzi, rimando alle riflessioni sempre di Luconi a pag. 190 di La “Nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle origini a oggi, Le Monnier, 2016.

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