Il Texas progressista

Chiamato Lone Star State a causa dell’unica stella nella sua bandiera, il Texas è il vasto stato nel sud degli USA che confina con il Messico; è il secondo per grandezza dopo l’Alaska e il secondo più popoloso degli Stati Uniti. 

Texas

Stereotipi.

Se facessimo un brainstorming sulla parola “Texas”, il risultato che verrebbe fuori sarebbe più o meno questo: cowboy, cappello da cowboy, petrolieri, pozzi di petrolio, country music, bistecche di bisonte, pistole-fucili-armi-a-palate, Chuck Norris, americano-medio-un po’-razzista, valori virili, repubblicani, gente-che-non-legge-troppi-libri, ranch, alcol, predicatori cristiani estremisti, Ford Pick-up. 

Tutto ciò è in parte frutto di una distorsione della stampa italiana di qualche anno fa, molta della quale analizzava l’America come se fosse ancora negli anni settanta o peggio, come se la frontiera non si fosse mai chiusa. Non dimentichiamo però il contributo dato a questa immagine dalle serie tv Dallas e Walker Texas Ranger.

Il mito dei Bush.

Lo stereotipo ha ritrovato vigore con l’elezione di George W. Bush alla presidenza nel 2000. Bush era proprio il texano modello: governatore repubblicano di quello stato, poco pratico con le finezze della lingua, con passati problemi di alcolismo, impulsivo, uomo d’azione, paladino dei “veri” valori americani e reborn cristian.

La famiglia Bush è un vero “mito texano”, ma come tutti i miti è un qualcosa di costruito: il padre di George W., George H. W. (la fantasia dei nomi), che fu a sua volta presidente (1989-1992) nacque nel Massachusetts e portò la famiglia in Texas per fare affari nel settore petrolifero. Egli, però, non riuscì mai a togliersi di dosso quell’aria aristocratica da elitario della costa est laureato a Yale, a differenza del beffardo figlio, che si trovava molto a suo agio nel suo ruolo di proprietario di una squadra di baseball, i Texas Ranger.

Da Johnson in poi.

L’ultimo presidente texano prima dei Bush fu Lyndon B. Johnson, un democratico che aveva il carattere un po’ brusco e senza troppi fronzoli tipico di quello stato, ma che era anche un acuto legislatore, un feroce animale politico e fu scelto da Kennedy come vicepresidente. Dopo l’assassinio di quest’ultimo, proprio a Dallas, in Texas (non iniziate con i complotti sennò vi mangio) Johnson divenne presidente e venne rieletto anche nel 1964.

È il presidente che ha dato avvio alla Guerra del Vietnam ma è anche il presidente che sognava la Great Society, un vasto progetto di Welfare che ebbe come risultati importati leggi sui diritti civili che andavano a colpire la discriminazione contro gli afroamericani. Il progetto complessivo di Johnson di “guerra alla povertà” fallì, ma il Civil Rights Act e il Voting Rights Act rimangono importanti conquiste della sua presidenza.

Lo stesso Johnson, uomo del sud, si scontrò contro molti suoi colleghi del Partito Democratico proveniente da quelle zone, che non condividevano la lotta alla discriminazione e che abbandonarono il partito per unirsi ai repubblicani. Infatti, il razzismo, fino agli anni settanta, era trasversale nei due partiti e particolarmente forte nei democratici sudisti, i dixiecrats. Johnson era consapevole che un nuovo Partito Democratico favorevole alle minoranze avrebbe perso il sostegno degli abitanti del sud: è dal 1976, infatti, che il Texas vota presidenti repubblicani.

Il Texas democratico oggi.

Tuttavia, memore dell’eredità di Johnson, una componente democratica progressista è sempre rimasta in Texas ed elegge i suoi rappresentanti nelle camere dello stato e a livello federale. Questo gruppo è stato potenziato, negli ultimi decenni, dalla massiccia immigrazione di latinoamericani, che uniti ai progressisti bianchi e neri consegnano al Partito Democratico (almeno, ai suoi candidati presidenti) una percentuale di voto che fluttua tra il 37% e il 43%.

Diversi candidati democratici, poi, riuscirono ad intercettare il voto repubblicano per il loro carisma, perché non erano troppo progressisti o perché seppero parlare ad entrambi gli schieramenti. Il Texas, infatti ha avuto governatori e senatori democratici anche negli anni ottanta, per poi assestarsi, da metà degli anni novanta, su una linea più chiaramente repubblicana.

Coloro che votano democratico, secondo uno schema comune ad altri stati, si concentrano nelle città più grandi e che raccolgono la maggioranza della popolazione, come El Paso, San Antonio, Dallas, Huston e Austin, la capitale. Inoltre, i distretti al confine con il Messico, dove votano molti latinos, eleggono diversi rappresentati per i dem.

Distribuzione del voto nelle elezioni del 2018 per il senato. I Rossi sono i repubblicani, i blu i democratici. Fonte Politico

Per ulteriori info sul voto texano e su quello che ho scritto qui sopra, divertitevi a navigare tra i link qui e qui. Occhio alle fonti però.

Tutto ciò dimostra come il Texas sia uno stato pieno di contraddizioni. Al momento però stiamo considerando solo la politica. Essendo esso al confine con il Messico, possiamo immaginare i problemi relativi al traffico di droga, alle disparità sociali e all’immigrazione, ma le sue città sono anche ambienti dinamici, moderni e aperti alle diversità. Ragazzi, Beyoncé è texana, più di Chuck Norris che è nato in Oklahoma. Lo dimostra nella celebre canzone daddy lessons (feat. Dixie Chicks), il cui testo è una delle cose più “texane” che mi vengono in mente. 

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: