La Luna di Kennedy: un mito lungo 50 anni

Il Primo Uomo è il film uscito l’anno scorso che racconta la storia di Neil Armstrong, il primo essere umano a mettere piede sulla Luna il 20 luglio 1969. In una scena alla fine del film, un televisore da cui proviene la voce del presidente John F. Kennedy cattura l’attenzione dei protagonisti. Un commentatore televisivo, inoltre, lega l’impresa dell’allunaggio alla memoria del presidente defunto.

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Il discorso di Kennedy riportato nel film è quello tenuto alla Rice University a Huston il 12 settembre 1962, passato alla storia per questo passo:

We choose to go to the moon. We choose to go to the moon in this decade and do the other things, not because they are easy, but because they are hard, because that goal will serve to organize and measure the best of our energies and skills, because that challenge is one that we are willing to accept, one we are unwilling to postpone, and one which we intend to win, and the others, too.

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Nel film, l’immagine di Kennedy è distante, incasellata in una televisore, un memento per ricordarci che si sta parlando sempre di quella stessa storia, che in passato è stata raccontata in maniera pomposa, gloriosa e fantascientifica.

Piccoli uomini, grandi passi.

L’epica c’è comunque ne Il Primo Uomo e viene liberata, come nei film di una volta, tutta nell’ultimo quarto di film. Al contempo, però, è una storia piccola, intima, privata, di un uomo e di una famiglia che seguono un po’ alla cieca l’incedere degli eventi.

Non è la grande storia delle decisioni prese nelle stanze del potere, dei discorsi pubblici dei potenti, ma della banalità dell’eroismo, dei sacrifici, delle tragedie e delle piccole vittorie. La piccolezza di questi uomini pieni di difetti stride volontariamente con l’infinità delle sequenze finali.

L’uomo cammina sulla luna. È «un piccolo passo». E “piccolo” è la parola chiave. Anche la Terra, vista dalla Luna, è un «piccolo pianeta», tanto per prendere in prestito un’altra citazione di JFK.

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Così come Armstrong, anche Kennedy era un piccolo uomo, su cui venne proiettata un’immagine mitica, larger than life, amplificata dalla sua morte violenta intesa da molti come il martirio del presidente che puntava alla Luna.

Gli eventi.

Come ci ha dimostrato il finale de Il Primo Uomo, infatti, il legame tra Kennedy e l’impresa lunare persiste ancora. Le ragioni storiche sono le più evidenti: è l’Amministrazione Kennedy che diede il via all’impresa. Davanti al congresso, il 25 maggio 1961, il presidente annunciò per la prima volta l’iniziativa di «far atterrare un uomo sulla Luna e farlo ritornare in maniera sicura sulla Terra» entro quel decennio.

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Più direttamente coinvolto era il vice di Kennedy e futuro presidente degli Stati Uniti dopo la sua morte, Lyndon B. Johnson (ne parlo qui), chairman del National Aeronautics and Space Council. Egli gestiva, tra le altre cose, le commesse militari della NASA, assegnandole alle aziende anche in maniera molto ambigua.

Una corsa bipolare.

Infine, non va dimenticato il contesto della Guerra Fredda, senza la quale tutto ciò non sarebbe avvenuto. Yuri Gagarin, un cittadino sovietico, fu il primo uomo a volare nello spazio, il 12 aprile 1961. L’URSS aveva anche mandato in orbita nel 1957 il primo satellite artificiale, lo Sputinik.

La “Corsa allo spazio” era diventata una questione seria, non solo per il suo lato simbolico, ma anche militare: serviva per l’innovazione e la sperimentazione tecnologica in campo missilistico, informatico e delle telecomunicazioni.

La Luna come Nuova Frontiera.

Lo spazio era quindi un elemento nello scontro bipolare, ma non mancava di catturare l’immaginazione di molti, in una cultura, quella americana dei primi anni ’60, votata alla fiducia nello sviluppo, nel progresso e nel sogno americano. Tutto questo era condensato in un’unico concetto: la ricerca e la conquista di una “nuova frontiera”, elemento cardine del discorso kennedyano.

Ecco perché né Johnson, né Nixon, sotto il quale avvenne lo sbarco sulla Luna, riuscirono ad essere associati nella cultura di massa a questo grande progetto. Beh, conta anche il fatto che non erano giovani, affascinanti e loquaci come il loro predecessore, è ovvio.

La paura per il sorpasso sovietico in campo spaziale venne celata o sostituita da una retorica della speranza, di rilancio dell’americanismo in casa e nel mondo: nuova frontiera come “Alleanza per il Progresso” che avrebbe dovuto strappare l’America Latina al comunismo tramite la promozione delle libertà americane; nuova frontiera come lotta alla povertà e alla discriminazione razziale per raggiungere gli esclusi dal sogno americano; nuova frontiera, infine, come progresso scientifico e conquista dello spazio, simboleggiata da una bandiera piantata sulla superficie lunare.

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Space vs. West

Lo spazio, poi, stava sostituendo l’immaginario dominante nella cultura pop dell’epoca, che era quello della “Vecchia Frontiera”, il West. Dopo l’espansione di una nazione che andava da un’oceano all’altro e il predominio economico-militare degli USA sull’Occidente, bisognava gettarsi nella conquista di nuovi territori inesplorati, ignoti, con infiniti rischi e possibilità.

Per questo non sorprende come, nel 1977, uscirà un film definito un “Western nello spazio”: Star Wars di George Lucas, che trasse molte ispirazioni da Sentieri Selvaggi di John Ford.

Numerose furono poi le transizioni dal vecchio West al nuovo West, riassunte nel contrasto simbolico presente in Toy Story (1995), dove lo sceriffo Woody non vuole essere sostituito dal nuovo giocattolo, lo space ranger Buzz Lightyear.

Yes, we can…quello e le altre cose.

Tornando al finale de Il Primo Uomo, ora è chiaro perché Kennedy, mitizzato come il presidente del domani ucciso brutalmente dalle forze reazionarie, sia sempre evocato quando si parla dell’allunaggio.

Egli non solo riconobbe la rilevanza strategica e scientifica del portar un uomo sulla Luna, ma la inserì anche in una narrazione coerente.

Riprendendo il discorso del 1962: «scegliamo di andare sulla Luna in questo decennio e di fare le altre cose». Queste “altre cose” sono il punto fondamentale, perché provano come la Luna fosse uno degli elementi che componevano una retorica del progresso, dell’avvenire, del gettarsi oltre i propri limiti, agognata e valorizzata nel contesto culturale dei primi anni sessanta.

Ecco che quando si vuole attingere a questo patrimonio di valori, citare Kennedy e la sua Luna è una tappa fondamentale. Il candidato Barack Obama, in un discorso dopo la sconfitta alle primarie del New Hampshire, parlerà proprio di «un presidente che ha scelto la Luna come la nostra nuova frontiera» per giustificare, assieme alle “altre cose”, la sua retorica dell’avvenire e delle possibilità: «Yes, we can».

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Sì, possiamo. Sì, abbiamo potuto farlo, abbiamo potuto andare sulla luna.

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