Le candidate democratiche alle presidenziali del 2020

Le elezioni presidenziali americane del 2020 sono ancora lontane, almeno per i nostri occhi. Tuttavia, l’arena del Partito Democratico si sta già riempendo di candidati e candidate democratiche alla presidenza. Chi vincerà la sfida “in casa”, confrontandosi nei dibattiti e vincendo le elezioni primarie, riceverà la nomination del partito durante la pomposa Convention. Dopo di che, sfiderà Donald Trump per diventare leader della (sempre meno) grande potenza. 

In questa corsa alla casa bianca c’è un numero relativamente alto di donne che cercheranno la nomination. Ciò mette in gioco delle dinamiche politiche e comunicative particolari, specialmente in un paese come l’America dove il concetto di “identità” (che sia di genere, di “razza”, di etnia e di religione) è sempre al centro di discussioni.

Stay on the Issues.

Sono le stesse candidate, tuttavia, a richiedere che la stampa e i media si concentrino non sul tanto loro essere donne ma sulle issues, le “questioni” politiche. Ad esempio, in un articolo e in un video pubblicati online il 21 febbraio da Marie Claire , rivista orientata ad un pubblico femminile, le cinque maggiori candidate democratiche esprimono il loro fastidio per domande che a uomini non verrebbero mai poste. Al contrario, la rivista chiede loro quale sarebbe la domanda a cui vorrebbero rispondere di più (un piccolo sogno per qualsiasi politico, a dire il vero). Così facendo, viene data ad ognuna la possibilità di comunicare al pubblico la loro visione del paese e dei problemi che intenderanno affrontare.

Il video, in particolare, esprime questa dinamica in quattro blocchi

  1. Qual è la domanda che troppo spesso viene fatta alle candidate e che individua un problema “falso”.
  2. Qual è la domanda che le candidate vorrebbero e che individua un problema “vero”.
  3. Qual è la risposta che risolverà il problema “vero” nel caso venissero elette.
  4. Quali consigli riservano alle future donne in politica.

Ma non c’è solo questo. Grazie all’aiuto della troupe di Marie Claire, interessata non a metterle in difficoltà ma a raccontare delle storie, le candidate propongono una particolare rappresentazione di sé. Questa si costruisce con i fatti e con le parole ma anche con la voce, con il linguaggio corporeo e con l’abbigliamento.

Regà scusate non c’è sottotitolato manco in inglese. Il senso generale però dovrebbe capirsi.

So già che qui il mio discorso potrà risultare contraddittorio.

Qualcuno potrebbe dire: «Eh ma se vogliono concentrarsi sulle questioni perché badano all’apparenza. Oppure potrei attirarmi critiche del tipo: «Dovresti parlare delle posizioni politiche e non di come le candidate donne si vestono, si pettinano, gesticolano e parlano, altrimenti perpetui le analisi sessiste che venivano fatte su Hillary Clinton». E poi insomma, «Vai alle robe serie, che cavolo serve parlare di ‘ste cose frivole

Per rispondere alla prima domanda, stiamo parlando di Marie Claire che è un mensile di “Beauty Tips, Celebrity, and Career Advice” (titolo del sito nella ricerca google). Quindi deve trattare, per il suo pubblico, di tutte queste cose.

Inoltre, è vero che si riserva un‘attenzione spropositata all’aspetto fisico e all’atteggiamento delle candidate, ma questi sono elementi comunque importantissimi da studiare per comprendere le campagne elettorali. In esse, specialmente negli USA, viene dato un grande peso all’apparenza, vista l’importanza dei giornali, delle televisioni e di internet nel veicolare una certa immagine di chi vuole farsi eleggere.

Perché l’immagine conta.

La costruzione del candidato perfetto, empatico, forte, autentico e carismatico, “vendibile” ai media e all’elettorato, avveniva anche quando a correre c’erano solo uomini. Infatti, si è sempre cercato di conquistare più i cuori che le menti degli americani, la maggior parte dei quali non sono molto informati sulla politica e hanno delle idee generiche sulle issues. Il futuro presidente, per questo, è la figura nella quale l’elettore vorrebbe identificarsi, riconoscersi come parte di un tutto più grande che trascende i particolarismi: gli United Fuckin’ States of America.

Kennedy e Nixon (e le sue labbra che sudano) nel primo dibattito presidenziale televisivo della storia degli Stati Uniti.
Indovinate com’è andata a finire

Tutto questo conferma che articoli multimediali come quello di Marie Claire ci possono dire molto di più su queste figure: sulle pagine cartacee e web rivolte al grande pubblico si combatte una battaglia silenziosa per conquistare gli indecisi e coloro che sono lontani dalla politica. La domanda che dobbiamo porci, non è tanto: «questa tipa come la pensa?» ma: «a chi vuole parlare?» Oppure: «cosa vuole far trasparire di se e cosa no?». Queste sono domande che ci portano a comprendere l’intero processo dei più reali tra i reality show negli USA, le campagne elettorali.

«Ma allora, io sono qui per capire chi cavolo sono ste tipe, me ne parli?»

Certo. Per finire, tenendo come riferimento il video di Marie Claire vediamo come si presentano le candidate agli elettori. Qui entra in gioco una buona dose di soggettività: le sensazioni che provo io non sono necessariamente le stesse che potete provare voi guardando le diverse performance. Un ruolo importante ce l’ha anche il numero di informazioni che ho già su di loro, cosa preferisco in un politico e quali sono le mie idee. Sapendo di non poter sfuggire al mio punto di vista particolare, tenterò comunque di andare oltre e cercare di vedere che cosa tutte e cinque cercano di trasmettere.

 

Elizabeth Warren: Senatrice del Massachusetts, 69 anni.

Anche qui veste la sua tipica giacca-tuta da “sono una di voi” (scusate ma solitamente non leggo Marie Claire o Vogue per cui non conosco il lessico specifico). Poi, tende spesso a piegarsi in avanti, ad andare verso la folla o verso la telecamera, come nel video.

Parla con una voce calma ma al contempo intensa e coinvolgente, accompagnata da una serie di gesti, di ammiccamenti e di sorrisi ironici per sottolineare i suoi argomenti, che sono chiari e limpidi. Cosa importante per un politico, appare coinvolta in quello che dice e vuole coinvolgerti, anche mentre ti ripete per l’ennesima volta gli slogan della sua campagna. Le sue doti comunicative sono state sicuramente potenziate dalla lunga esperienza di insegnamento universitario, che l’ha portata fino ad Harward nonostante le modeste origini.

Tutto questo dipinge Warren come una candidata che unisce competenza e populismo, un’anti-sistema che però, il sistema, lo conosce molto bene. Solo lei sa come smontarlo e rimontarlo.

 

Tulsi Gabbard: rappresentante del secondo distretto delle Hawaii, 37 anni.

Nel video è ferma, statuaria, fiera nella sua giacca rossa. La congresswoman e maggiore dell’esercito vuole trasmettere forza, ma con un bel sorriso che si concilia con il suo insistere, in altre sedi, sul valore hawaiiano dell’Aloha. È una vera americana del pacifico, essendo nata nelle Isole Samoa da una famiglia con un singolare intreccio etnico e religioso.

Tulsi è spesso presa poco sul serio nella sua candidatura, per la sua giovane età, per la presunta poca esperienza e per le sue posizioni, azioni e sparate spesso controverse. È un cane sciolto che vuole il suo posto nell’arena, che vuole smentire e combattere una narrazione negativa nei suoi confronti. La domanda che, secondo lei, le viene posta di più è: «sei forte abbastanza?» E quella a cui vorrebbe rispondere è invece: «Cosa ti motiva?»

Mentre le altre preferiscono domande legate alle questioni concrete, Gabbard vuole affermare sé stessa e la sua individualità. Molto interessante. Poi, traccia ulteriormente una distinzione tra lei e le senatrici, le quali portano punti di sola politica interna, affermando che le sua priorità saranno la diplomazia e la fine della «nuova guerra fredda».

 

Kamala Harris: Senatrice della California, 54 anni.

Favorita nella corsa (per ora), è nata in una famiglia benestante, ha una madre di origine indo-americana e un padre di origine giamaicana:ha quindi quel profilo poco continentale e “post-razziale” che rese Obama celebre, ma che Tulsi Gabbard fa fatica a capitalizzare.

Nella sua performance, ha la stessa dose di leggerezza, di ironia (l’attacco iniziale è perfetto) e di sicurezza dell’ex presidente. Sebbene in altre occasioni mi sia sembrata più carismatica, vuole presentarsi qui come la donna giusta per risolvere questioni complesse che ai suoi occhi sono un altro lavoro nella lista delle cose da fare, riducendo il tutto ad una frase efficace e non banale a cui starebbe benissimo un «…bitch!» alla fine.

Insomma, nonostante il suo passato da procuratore generale (tipo un pubblico ministero nostrano) è l’incarnazione della shallezza californiana alla Modern Family, con un pizzico di superiorità e distacco.

Come Obama ai suoi tempi, Kamala è alla ricerca di un generale consenso progressista, con un messaggio chiaro e spinto al futuro, che travalichi differenze di reddito e di colore della pelle. Per fare fare questo, tuttavia, non rinuncia all’eleganza e alla compostezza.

 

Kirsten Gillibrand: Senatrice di New York, 52 anni.

Ex moderata che ha abbracciato molto (troppo) di recente le cause progressiste, appare in bilico tra la sua figura di elitaria della costa est e la disperata voglia di essere “relatable“, vicina alla gente comune e decisa nelle sue posizioni: «dobbiamo portare gli interessi economici fuori dalla politica», è il suo punto programmatico principale. Tenta di mostrarsi disinvolta e sicura nei suoi argomenti, ma emergono un certo nervosismo e una mancanza di autenticità.

Personalmente, ho molte riserve su Gillibrand, che mi suona semplicemente…FALZAH. Durante la sua storia politica ha detto tutto e il contrario di tutto e temo che voglia essere presidente per pura ambizione e non perché abbia qualcosa da dire. La domanda che vorrebbe le fosse posta di più è: «come hai fatto a far passare così tante magnifiche leggi?»….uhm, viva la modestia.

 

Amy Klobuchar: Senatrice del Minnesota, 58 anni.

Centrista, si fa portatrice del motto “to cross the aisle”, ovvero ricercare il compromesso con il partito opposto, in questo caso i repubblicani.

Klobuchar sottolinea anche nel video l’importanza della politica del fare, con un atteggiamento pacato ma deciso che accompagna le sue considerazioni realiste. A loro volta, esse alimentano la sua immagine da “mid-western nice”, la “brava persona” del mid-west che lavora duro e provvede alla sua famiglia e alla comunità.

Ha avuto la fortuna di lanciare la sua campagna elettorale sotto una tempesta di neve, immortalando la sua immagine di grintosa realista: anche se dietro il sorriso da mamma-Minnesota si nasconde qualche ombra, cerca di veicolare un’immagine rassicurante e affidabile per raggiungere la maggioranza degli americani.

Nelle prossime settimane parlerò ancora di candidati; tornerò anche sulle cinque citate sopra per affrontarle in maniera più approfondita, analizzando le idee, le carriere, i punti forti e i punti deboli. Intanto spero di avervi dato qualche spunto di riflessione in più sulle elezioni del 2020.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: