New York nella cultura di massa: città oscura, città luminosa.

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New York è una delle città più iconiche del mondo, se non “la città” per eccellenza, data la sua presenza in numerosi film, serie tv, libri, canzoni, fumetti esportati dall’America. Essa è una megalopoli che si compone di cinque grandi borghi (boroughs): Il Bronx, Brooklyn, Manhattan, Queens e Staten Island. Tutti questi sono stati immortalati in opere diverse della cultura pop.

Lo stesso Avengers: Endgame, uscito da poco in sala, fa parte di una serie di film “newyorkcentrici” tratti dai fumetti della Marvel, casa editrice che ha da sempre la sua sede nella Grande Mela.

Infatti, da Spider-Man ai Vendicatori, dai Fantastici Quattro a Daredevil, alcuni tra i più famosi supereroi della Casa delle Idee operano qui. L’idea del loro creatore, Stan Lee, era che i lettori newyorkesi, guardando fuori dalla finestra, potessero immaginare di scorgere l’Uomo Ragno lanciarsi tra i grattacieli o di vedere Mr. Fantastic lottare con il Dottor Destino.

Comunque, ben prima della comparsa degli eroi Marvel, New York era già il luogo idealizzato dei sogni e delle opportunità di ascesa sociale. In questi termini era celebrata dai musical di Broadway e dai film dell’Hollywood classica.

Tuttavia, un altro mito di New York si radicò a partire dagli anni settanta e la sua diffusione coincise con la crisi delle metropoli del nord-est degli USA, al tempo reputata irreversibile.

New York e la crisi urbana.

New York, in particolare, era piena di debiti, i servizi pubblici erano trascurati, la disoccupazione era molto diffusa e il crimine era in crescita. Assieme a tutto ciò l’esodo verso le piccole città della classe media bianca era costante e la città perse il 30% dei suoi abitanti. Ovviamente, chi non aveva le risorse per “scappare” rimaneva lì, spesso in situazioni di disagio sociale, povertà e criminalità. Le condizioni di vita nei ghetti neri e ispanici rimanevano critiche, soprattutto se confrontate con la promessa di modernità” venduta dai media e dai politici.

Ad esempio, diverse rivolte si verificarono nei ghetti di Harlem, South Bronx e Bedford-Stuyvesant nella notte del 13 luglio 1977, in concomitanza con un blackout cittadino. Incendi, saccheggi e migliaia di arresti erano il denominatore comune di questo tipo di disordini.

Non stupisce che nell’America degli anni settanta si parlasse di “crisi urbana”: una dicitura che indicava sia la decrescita della popolazione cittadina che il peggioramento della sicurezza e delle condizioni di vita.

New York fu colpita da tutto ciò. Soffrirono molto quartieri come Harlem (nell’isola di Manhattan), dove si concentra tutt’ora la popolazione afroamericana e il South Bronx, a maggioranza ispanica e ancora oggi molto povero. Il Bronx stesso, nonostante i processi di riqualificazione e il diminuire della criminalità, ha ancora oggi lo stigma di “quartiere disagiato“.

Anche qui da noi, dare del “Bronx” alla zona di una città significa evidenziare i suoi problemi di criminalità e di squallore. Si usa anche in maniera derisoria e immeritata, come facevamo noi alle superiori prendendo in giro i nostri compagni che vivevano in Borgo Roma alla periferia di Verona.

La “giungla urbana” nei film.

La situazione reale di New York e di altre città contribuì alla narrazione negativa che dell’ambiente urbano si faceva nella cultura di massa. È in quel periodo che si diffuse il modello narrativo della “giungla urbana”, utilizzato spessissimo a partire dai grandi capolavori della “Nuova Hollywood”.

In Mean Streets (1973) e Taxi Driver (1976), l’italoamericano newyorkese Martin Scorsese dipingeva la sua città come un luogo violento, degradato e abitato da alienati come il tassista Travis, interpretato da Robert De Niro.

John Carpenter, poi, nel 1981 diresse Fuga da New York, ambientato in un ipotetico 1997 dove l’isola di Manhattan, per molti un simbolo luminoso di progresso, diventò un enorme carcere di massima sicurezza.

Persino Il Padrino (1972) di Francis Ford Coppola sembrava evocare le radici antiche di mali presenti. Nel film, i boss delle Cinque Famiglie di New York discutevano il destino della città riuniti attorno ad un tavolo come una occulto consiglio di amministrazione.

La fine dell’innocenza.

Tornando ancora ai comics supereroistici, è proprio negli anni settanta che essi persero “l’innocenza“: iniziarono a parlare di droga, alcol, prostituzione e di altre tematiche da giungla urbana. Essi erano indissolubilmente legati al contesto urbano sin dalle loro origini e si adattarono quindi al mutare di esso.

Già nel 1973 vi fu una svolta, con l’immagine di Peter Parker, Spider-Man, che teneva tra le braccia il cadavere della sua ragazza Gwen Stacy. Questo fu visto da molti, a posteriori, come un punto di non ritorno: New York non era più il luogo dove il «tuo amichevole Uomo Ragno di quartiere» volteggiava facendo battute, ma era il luogo dove gli affetti morivano, spesso in maniera brutale.

Uomini senza paura e città corrotte.

Uomo Ragno a parte, è nel Daredevil di Frank Miller che fu presentato in maniera più netta il volto oscuro di New York.

Matt Murdock è un avvocato cieco con sensi iper sviluppati, che indossa una maschera da diavolo per proteggere Hell’s Kitchen, quartiere di Manhattan, diventando Daredevil, «l’uomo senza paura»… o quasi.

Egli è l’eroe dei bassifondi per eccellenza, che deve vedersela con le conseguenze del degrado sociale, della povertà e della disperazione, oltre che con la criminalità. I vicoli bui, le scale antincendio, le luci al neon, i pub squallidi e gli strip-club sono il nuovo Far West per gli eroi della cultura popolare.

Anche Watchmen (1986) di Alan Moore è l’esaltazione di questo modello: New York è la nuova Babilonia, corrotta e perversa, che non può avere speranze di redenzione.

Questi esempi ci mostrano non solo come i fumetti si erano adattati alla narrazione sulla crisi urbana ma come l’abbiano addirittura amplificata ed esasperata.

New York al confine tra bene e male.

La metropoli diventava quindi la nuova frontiera dell‘immaginazione oscura, che dà sfogo alla sfiducia per il genere umano. Quest’ultimo era visto come decadente e corrotto, totalmente perduto se non fosse stato per un manipolo di eroi che abbandonavano la loro positività per combattere il male.

Tuttavia, possiamo intuire come la realtà dei fatti fosse più sfumata. Infatti, già dalla fine degli anni settanta la Grande Mela diede segni di ripresa. Nonostante la crisi economica, nella città vennero creati 100.000 nuovi posti di lavoro. Inoltre, vi fu anche un cambiamento ai vertici e sotto il sindaco Ed Kotch la situazione finanziaria fu risanata e la criminalità inizio a diminuire.

Non dobbiamo generalizzare anche per quanto riguarda l’atmosfera culturale. Assieme all’immagine di città oscura, permaneva ancora una sensibilità positiva, che presentava New York e in particolare Manhattan come il cuore artistico e romantico dell’America. La città per alcuni era il luogo magico dove innamorarsi, andare a teatro e fare colazione da Tiffany.

Per descrivere questo dualismo alcuni hanno usato la metafora, ancora una volta mutuata dal fumetto, di due città che convivono in una. La New York “di giorno” è Metropolis, la città di Superman, che è ricca, progressista e simbolo dell’American Dream; la New York “di notte” è Gotham City, la città di Batman, che è povera, violenta, corrotta e immersa nello squallore.

E oggi?

Oggi New York è considerata una città abbastanza sicura. Di crimini violenti ce ne sono ancora ma negli ultimi 20 anni la situazione è sensibilmente migliorata. Però, come ho ricordato prima, il quadro è più complesso: la povertà rimane un problema serio in alcune zone e spesso interagisce con questioni di natura etnica e razziale.

Ma qual è la vera New York?

La città è oggi più che mai un organismo dinamico dove si incrociano una molteplicità di culture, provenienze, lingue, sensibilità artistiche e musicali diverse.

Il confronto/conflitto tra diverse mentalità, stili di vita e condizioni economiche è interpretato in maniera ironica in Unbreakable Kimmy Schmidt. Un personaggio della serie, Lillian Kaushtupper, combatte una vana battaglia contro la gentrificazione di Brooklyn, ovvero l’aumento della popolazione bianca piccolo borghese nel borough.

Questo fenomeno per Lillian minaccia l’autenticità della cultura di strada e alla fine della serie (piccolo spoiler, però ragazzi non è mica Game of Thrones) arriverà addirittura a proclamare al mondo: «io sono New York. Nel farlo, però, elenca elementi apparentemente sconnessi e che appartengono ad orizzonti diversi, dimostrando quindi che la città non è riducibile ad una sola mentalità o condizione sociale.

Di questa matassa, l’unica cosa che possiamo a cogliere immediatamente è la complessità delle relazioni umane che si esprime nella loro pienezza in grandi città come questa.

Città luminosa e città oscura, alla fine, sono solo due dei tanti paradigmi con i quali la megalopoli è stata descritta. I modelli espressi dall’arte, dal cinema e dalla cultura di massa tentano di interpretare una realtà, semplificandola o complicandola. Nella vita di tutti i giorni, invece, avviene un negoziato invisibile di valori e simboli, tra le varie realtà che si proclamano ognuna come la “vera” New York.

Note:

Per il discorso della crisi delle città e della sua interazione con la cultura di massa ho utilizzato il libro “Mosaico Americano” (2005) di Elisabetta Vezzosi. È un po’ datato sia per approccio che per fonti, ma contiene alcune riflessioni ancora interessanti.

P.S. Io sono stato a New York qualche anno fa e ne sono rimasto innamorato. Spero di provare la stessa sensazione quando ci ritornerò alla fine di quest’anno per un periodo più prolungato (se va tutto tutto bene). Vi saprò dire quindi se la mia analisi cambierà 😉

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