Il personale è politico. Aborto, femminismo e reazione negli Stati Uniti.

il personale è politico

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La maggiore notizia che arriva dagli USA in questi giorni riguarda la nuova legge che vieta quasi completamente l’aborto in Alabama, permettendolo solo in caso di pericolo di vita per la madre. Inoltre, i medici che portano a termine la terapia sono punibili con 99 anni di carcere.

Ieri la legge è stata firmata dalla governatrice dello stato, ma sarà sicuramente bloccata da qualche tribunale e così la decisione sulla legittimità o meno del provvedimento passerà alla Corte Suprema degli Stati Uniti, a maggioranza conservatrice.

Questa legge è stata fatta con lo scopo di esasperare il dibattito, mobilitare la base repubblicana (soprattutto quella cristiana del sud) e rinfocolare la polarizzazione su scala nazionale. Essa è inoltre la più restrittiva tra le varie leggi contro l’interruzione di gravidanza: anch’esse abbastanza assurde, sono state introdotte in 16 dei 50 stati nell’ultimo anno. Quindi esiste una rimonta conservatrice sul tema, ha effetti concreti ed è inutile girarci attorno. 

Mie considerazioni.

Questo articolo vuole contribuire a decifrare il tema dell’aborto negli Stati Uniti, collocandolo in un contesto che abbraccia la storia dei movimenti sociali e del movimento femminista. Infine, citerò anche la reazione pro-life della destra repubblicana e del mondo evangelico e cattolico. 

Sono dinamiche complesse, però non volevo sorvolare sulla questione proponendo l’ennesimo articolo su una serie tv. Il dibattito è adesso ed è urgente. Spero di contribuire con qualche spunto anche perché in Italia, di questo argomento, se ne parla troppo poco.

Trovo inoltre superfluo evidenziare la mia opinione sul tema: sono a favore della libertà di scelta individuale e dunque della libertà di interruzione di gravidanza. Penso che il modello teorico dominante, quello adottato legge 194 in Italia e della sentenza Roe vs. Wade in America, sia corretto. Comunque, c’è sempre spazio per miglioramenti, sopratutto a livello dell’applicazione pratica delle leggi.

Roe vs. Wade, 1973.

Partiamo dal centro del dibattito che va avanti da anni: la storica decisione della Corte Suprema sul caso Roe vs Wade, nel 1973, che legalizzò l’interruzione di gravidanza e liberalizzò le leggi antiabortiste. Queste erano presenti in 46 stati, erano molto restrittive e simili a quella approvata in Alabama pochi giorni fa.

Secondo la sentenza, gli stati dovevano garantire il diritto inviolabile all’aborto nei primi tre mesi di gravidanza e potevano applicare restrizioni nel secondo trimestre, mentre per il terzo la vita della donna doveva essere in pericolo per intervenire.

La decisione fu presa dalla maggioranza dei giudici (7 a 2) e si basò sul XIV emendamento alla costituzione, che tutela il diritto alla privacy. Esso venne interpretato, in questo caso, come libertà dell’individuo nel controllare il proprio corpo anche nei suoi aspetti più intimi.

La sentenza fu vista come una vittoria da parte del movimento femminista, che stava attraversando una fase di maturazione e consapevolezza. 

Il movimento femminista.

Gli anni sessanta.

I movimenti per i diritti delle donne emersero negli anni sessanta, in un incrocio che coinvolgeva i movimenti studenteschi e dei diritti civili.

Gli orizzonti ideologici erano quelli anti-autoritari della new left e della “liberazione sessuale”. Tuttavia, queste linee di pensiero si rivelarono presto insufficienti per le attiviste, alcune delle quali adottarono una linea più separatista basata sulla differenza sessuale e sulla solidarietà tutta femminile.

Così, nasceva il Women’s Liberation Movement (WLM), ad opera di un piccolo gruppo di giovani donne, critiche con l’altro canale di espressione del movimento femminile, La National Organization of Women (NOW, 1966).

Quest’ultimo era stato fondato grazie al contributo di Betty Friedan, autrice del libro La mistica della femminilità, un importante saggio che smontava la figura idealizzata della casalinga americana. Friedan aveva provato, tramite interviste a varie donne sposate, la loro reale frustrazione e insoddisfazione per quella vita.

Entrambe le organizzazioni, infine, erano composte principalmente da donne bianche e di classe medio-alta. Le donne afroamericane, invece, sentivano che le loro “sorelle” bianche non affrontavano in maniera incisiva le tematiche della povertà e della discriminazione razziale che affliggevano soprattutto molte madri nere. Infatti, la questione dell’intersezionalità, ovvero dell’intersecarsi di etnia, genere, classe nella rivendicazione femminista, sarebbe stata affrontata di petto solo negli anni ottanta.

Il personale è politico.

Nonostante le importanti conquiste in campo salariale e per la parità sul luogo di lavoro ottenute negli anni sessanta, il WLM optò per una politica più radicale della NOW, basando la sua azione sui gruppi di autocoscienza (self-help).

Questo significava ripartire dalle giovani donne disilluse dai movimenti, puntando su un cambiamento non solo legale, ma strutturale e profondo della società maschilista. I gruppi di autocoscienza, infatti, dovevano essere l’ambiente dove le donne riflettevano sulla loro condizione, sul loro ruolo e anche sul proprio corpo per decidere poi come agire. La logica era che ciò che è intimo, personale, era anche politico, poiché diceva qualcosa sulla società e su come cambiarla. Tutto ciò poteva essere usato anche come strumento di lotta.

I gruppi, ad esempio, organizzavano azioni provocatorie, con le partecipanti che denunciavano pubblicamente la propria esperienza di aborto illegale. Inoltre, con vari sit-in e incontri portarono l’attenzione sul tema della salute femminile, sottolineando le mancanze dell’assistenza sanitaria riservata alle donne. 

Gli anni settanta.

Con i primi anni settanta, poi, vennero parzialmente superati alcuni limiti ideologici all’interno del WLM. Ormai la “liberazione della donna” si era imposta come tematica di discussione pubblica e i gruppi capirono che lo slogan “il personale è politico” era spendibile, appunto, nell’arena politica. Violenza sessuale, salute, istruzione, contraccezione e aborto furono i temi su cui il movimento insistette di più.

Anche una nuova generazione di politiche entrava al congresso, tra cui le leggendarie Bella Abzug, Shirley Chisholm e Geraldine Ferraro, ognuna con storie personali e profili originali. 

Dopo il picco di entusiasmo, inaspettato, dato dall’esito della Roe vs. Wade, la battaglia si concentrò sull’approvazione di un emendamento costituzionale: l’Equal Rights Amendment, (ERA) per garantire l’uguaglianza «on the basis of sex».

La proposta di emendamento era stata introdotta per la prima volta nel 1920 e il femminismo degli anni settanta la recuperò. Le due camere del Congresso approvarono l’ERA ma la maggioranza degli stati non lo ratificò, cosa che impedì la sua entrata in vigore. Oggi, dopo 100 anni dalla sua prima comparsa, si parla ancora dell’ERA, tra simboliche ratifiche e spinte per approvarlo definitivamente.

Videino simpi dove una comica vi spiega l’ERA e la sua storia.

La reazione conservatrice.

Contro l’ERA si scagliarono i diversi ambienti della destra, assieme ad associazioni femminili anti-femministe, sotto la guida di Phyllis Schafly, una donna conservatrice che creò il National Committee to stop ERA. Questa associazione sosteneva che l’emendamento avrebbe portato ad una società monosessuale, avrebbe legalizzato i matrimoni omosessuali e garantito (eccolo che torna) il diritto all’aborto. Era una bella montatura perché nulla di tutto ciò era incluso nell’emendamento. 

L’interruzione volontaria di gravidanza fu il tema che catalizzò seriamente la reazione conservatrice al femminismo. Nacque infatti il Right to Life movement che attaccava le cosiddette baby-killers, difendendo i diritti del feto contro i diritti della madre. Parteciparono a questa offensiva numerose lobby evangeliche ma anche parte del clero cattolico.

Evangelici e Cattolici.

Spesso il peso politico degli evangelici è stato esagerato. Tuttavia, grazie alla loro rete di contatti nella politica e nei media (le arringhe dei famosi “televangelici”) si imposero come una voce importante nel panorama conservatore. È da questo momento che si diffuse la categoria di “Bible belt” per indicare il bacino del voto evangelico nel sud degli Stati Uniti, considerato strategico per i repubblicani. 

Anche la Chiesa Cattolica americana non scherzava, con una struttura gerarchica, un seguito e una legittimazione pubblica invidiabile. Il cattolicesimo era capace di far presa dove il protestantesimo rurale non arrivava, ovvero negli stati urbani del nord, tra i cittadini di discendenza irlandese, italiana, ispanica polacca e sudamericana. Costoro erano sia poveri che ricchi e spesso abitavano nelle grandi città.

Se esistevano dei cattolici pro-scelta che ricoprivano cariche pubbliche, come la candidata alla vicepresidenza nel 1984 Geraldine Ferraro, la Chiesa li denunciava e li attaccava apertamente. La logica era che tra i propri ranghi chi remava contro non poteva essere tollerato, soprattutto se era una donna cattolica spostata, come nel caso di Ferraro. (Ne ho parlato brevemente anche qui).

Il femminismo sulla difensiva.

Quindi, negli anni ottanta la spinta del femminismo assistette ad una battuta d’arresto. Le presidenze repubblicane di Reagan e Bush Sr, negarono o restrinsero spesso i finanziamenti per le strutture sanitarie adibite all’interruzione di gravidanza. Il movimento, intanto, era sempre più sulla difensiva e diviso su linee etnico-razziali e sociali.

Nel 1992 la Corte Suprema riaffermò certo la Roe vs. Wade, ma con una stretta maggioranza di cinque giudici contro quattro. La corte stava diventando sempre più conservatrice e le speranze della destra religiosa si fecero più concrete. Inoltre, Norma McCorvey, la “Jane Roe” del caso Wade vs Roe e quindi protagonista della lotta per legalizzare l’aborto, ebbe una conversione che la portò su posizioni radicamente opposte. Nel 1994 divenne una delle front-woman della causa pro-vita.

Consigli e considerazioni finali.

Quelli che ho esposto sono alcuni dei percorsi che ho trovato più stimolanti per parlare di questo argomento, però le cose da dire sarebbero veramente tante.

Su Netflix potete trovare il documentario Reversing Roe: la questione dell’aborto negli Stati Uniti. Il documentario delinea la storia dei diversi tentativi di attacco e difesa della sentenza fino ad oggi, presentando molteplici punti di vista. Inoltre, ancora una volta, ho utilizzato per i dati e per il percorso storico il libro di Elisabetta Vezzosi “Mosaico Americano”, un po’ datato ma ancora valido per diversi aspetti.

Un prodotto interessante sul tema è la serie The Good Girls Revolt su Prime Video, ambientata a fine anni sessanta. Non aspettatevi Mad Men, ma è molto valida e ci presenta diversi dei temi di cui ho parlato. Le protagoniste sono delle giovani donne che lavorano nella redazione di una rivista e devono fare i conti con il loro ruolo subordinato, mentre cominciano a scoprire sé stesse, il loro corpo e le loro potenzialità attraverso un gruppo di autocoscienza.

Il personale è ancora politico?

Infine, torno a ciò che dicevo all’inizio. La questione dell’aborto è ancora irrisolta negli Stati Uniti. Sembrava un capitolo chiuso ma non lo è affatto: oggi più che mai, il personale rimane politico in ogni senso.

L’attacco alla scelta si mescola con le sensibilità religiose e identitarie di un certo settore dell’elettorato repubblicano, mentre la difesa dei diritti appare sempre più incerta. Parlerò magari, in futuro, anche delle carenze istituzionali che permettono tutto questo. Un sistema parzialmente “truccato”, infatti, presenta l’America più conservatrice di quanto in realtà non lo sia. 

In Italia, invece, un velo di ipocrisia copre ogni seria discussione sull’argomento. Il numero di ginecologi obiettori di coscienza è al 70% e molti dei difensori della 194 sembrano assopiti e non hanno il coraggio di affrontare il “tabù aborto”. Io penso che ci sia un gran bisogno di parlarne.

E allora parliamone.

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