Polarizzazione, compromessi e altre mediocrità americane

Questa è una scena tratta dalla quinta stagione di The West Wing, la popolare serie sulla politica americana ambientata alla Casa Bianca che ho ripreso da poco a vedere. Per capire meglio quello che ho scritto sotto vi consiglio di guardarla, ma se non avete tempo ve la riassumo io.

È vero, troppo spesso The West Wing viene evocata a sproposito dagli americanisti per spiegare la politica attuale; tuttavia sarebbe ingiusto non farlo quando ci suggerisce domande opportune, e quando i suoi dialoghi parlano in maniera profetica come in questo caso, tenendo assieme il passato, il presente e il futuro della storia americana. 

The West Wing: il compromesso

Nel breve spezzone, il Chief Justice Roy Ashland, il capo fittizio della Corte Suprema nella serie, incontra l’altrettanto fittizio Presidente Josiah Bartlet nello studio Ovale. La puntata tratta del decadimento fisico e psicologico del giudice e delle pressioni da parte dell’esecutivo per farlo dimettere.

La presidenza deve però agire con delicatezza, tramite allusioni e messaggi impliciti, dando l’impressione di non agire per nulla: la separazione dei poteri è presa sul serio e sarebbe uno oltraggio se si venisse a sapere che il capo dell’esecutivo vuole rimuovere un giudice della corte suprema: nominati dal presidente e confermati dal senato, i supremi restano in carica a vita o finché non decidono di dimettersi. 

The Roberts Court, November 30, 2018. Seated, from left to right: Justices Stephen G. Breyer and Clarence Thomas, Chief Justice John G. Roberts, Jr., and Justices Ruth Bader Ginsburg and Samuel A. Alito. Standing, from left to right: Justices Neil M. Gorsuch, Sonia Sotomayor, Elena Kagan, and Brett M. Kavanaugh. Photograph by Fred Schilling, Supreme Court Curator’s Office.

Ricevuto da Barlet, che chiede garbatamente quale successore vorrebbe al suo posto, Ashland risponde che vedrebbe bene Holmes, Wendell, Marshall — John o Thurgood — Brandeis, Blackmun, Douglas. Il giudice sta parlando in maniera figurata: costoro furono tutti grandi Giudici della Corte Suprema del passato e prima di ciò grandi giuristi, che hanno espresso un corpus di opinioni significativo, nonché studi di grande erudizione.

Tuttavia, il vecchio capo della corte non si illude: il presidente non nominerà mai personaggi illustri come loro, perché “ora” dice —la puntata è di fine 2003 — contano solo i compromessi politici. I Repubblicani e i i Democratici devono essere completamente d’accordo sulla nomina, che sarà quindi un gioco al ribasso, destinato a premiare i mediocri che hanno fatto poco rumore con le loro deliberazioni, e che quindi continueranno a non disturbare il gioco della politica. Ovviamente Ashland non se la prende con il compromesso politico di per sé, ma con quella sua variante maligna, che per piccoli vantaggi a breve termine condanna la storia di un paese. 

Il giudice avrebbe in mente nomi di un certo peso e ne dice un paio al presidente, ma poi si ferma, e con un sorriso ironico ricorda a Bartlet che “loro” — i senatori, in maggioranza repubblicani— non li confermeranno mai. 

Col cavolo quindi che si ritira. «Non sei abbastanza forte», dice al presidente: se proporrai un grande nome, lo respingeranno e tu dovrai proporne uno mediocre, indegno del suo ruolo: l’importante ormai, nella cupa visione della politica americana di cui Ashland si fa portatore, è non smuovere le acque e mantenere gli equilibri.

Oggi: la polarizzazione

Il mondo di oggi sembra un po’ diverso da quello dipinto in The West Wing. L’anno scorso, abbiamo visto Democratici e Repubblicani dividersi sulla nomina alla Corte Suprema di Brett Kavanaugh — studiata apposta da Trump e dal GOP per irritare i democratici e polarizzare lo scontro — e lo scenario sarà destinato a ripetersi per la successione al seggio che era di Ruth Bader Ginsburg, deceduta domenica scorsa. La parola “polarizzazione” riferita alla politica americana è sulla bocca di tutti, il compromesso è rimpianto e le televisioni celebrano ogni settimana il suo funerale. 

Ashland, nella serie, non ha in mente la polarizzazione, anzi sembra quasi volerne un po’, dato che “fare la cosa giusta” vuol dire sempre prendere una posizione chiara, schierarsi, inimicarsi qualcuno. Per il giudice è infatti il compromesso eccessivo che conduce alla mediocrità istituzionale; oggi invece può essere imputabile all’eccesso di polarizzazione. Si fanno battaglie su figure, come quella di Kavanaugh, che non eccitano gli animi per loro particolare statura giuridica, ma per la loro banale storia “di parte” e per la narrazione che i repubblicani ci hanno costruito attorno. Era la nomina di Trump e ne andava del destino del paese e della libertà americana, minata dai “complotti” dei Democratici: su Kavanugh non si torna indietro.

Così come non si tornò indietro su Merrick Garlad, il mite giudice nominato da Obama per rimpiazzare Antonin Scalia. I repubblicani, che controllavano il senato, si rifiutarono persino di iniziare le audizioni e di votare la nomina. Non era un giudice eccessivamente progressista, ma era la nomina di Obama, a cui si doveva sempre dire di no.

compromesso e polarizzazione negli ultimi decenni

Da una parte quindi i grandi nomi, in West Wing, sono impresentabili a causa del vile compromesso. Dall’altra, nell’America di oggi, sono eclissati dalla polarizzazione partitica e dal cinismo. Come teniamo assieme queste due tendenze? È peggio il compromesso a breve termine o la polarizzazione estrema? Quale delle due narrazioni descrive meglio l’America di oggi?

In realtà, osservando gli ultimi 20-30 anni di cultura politica americana, le trasformazioni evidenziano come compromesso e polarizzazione siano state due facce della stessa medaglia. O meglio, in un epoca, quella degli anni novanta e dei primi anni 2000 (cristallizzata in The West Wing), dove sembrava ancora prevalere il compromesso, si annidava il germe della polarizzazione. In gran parte, con essa giocava un Partito Repubblicano sempre più estremo nella pratica politica e nell’ideologia -> Vi lascio qui sotto una conferenza con due storici, tra tante, che hanno scritto qualche libro sull’argomento. Potete ascoltare come sottofondo mentre siete in macchina o fate i lavori di casa.

“Sei troppo debole” è il rimprovero di Ashland a Jeb Bartlet; è lo stesso che è stato riservato anche ad Obama, quando cercava di accordarsi con la parte opposta. La debolezza democratica di fronte ad un avversario senza scrupoli è ciò che i progressisti imputano al proprio partito ormai da un decennio. Leggo spesso su twitter frasi del tipo «implorate i repubblicani di “fare la cosa giusta” e di seguire le regoline, quando invece sapete che non lo faranno mai»..

I democratici quindi, sempre visti proni al compromesso, a farsi bullizzare dai repubblicani, a proporre il compromesso come un valore. Che lo è, sia chiaro, finché appunto non intacca i principi e la dignità delle istituzioni. La grande legislazione dei diritti civili negli anni sessanta è passata anche grazie al compromesso, ma non è questo il tipo di compromesso nocivo, promotore di mediocrità, di cui parla Ashland.

Compromesso e polarizzazione nella nuova repubblica

Una tendenza cattiva al compromesso era quella che caratterizzava il Congresso americano nella prima metà del XIX secolo. Molti parlamentari del nord, anche se non erano schiavisti, erano proni a votare assieme ai loro colleghi del sud per bloccare ogni dibattito congressuale sulla schiavitù, nella paura che la rottura sulla cosiddetta «Istituzione peculiare» avrebbe messo in pericolo il loro partito, nonché il destino dell’Unione. Questi parlamentari, venivano chiamati Doughface, “Facce di Pasta”, non tanto dagli abolizionisti del nord, ma dai sudisti. Essi si divertivano ad umiliare questi loro alleati riluttanti, de-mascolinizzandoli e dipingendoli come utili codardi leccapiedi. Quasi come se i loro nemici abolizionisti, che almeno avevano una posizione limpida e coraggiosa, avessero più dignità.

Fatalmente, quindi, anche quell’epoca di compromessi apparenti era minata alla sua base da una frattura fondamentale sul destino di un paese, quella sulla schiavitù: quando le toppe non bastarono, quando il nord decise che era finita l’epoca dei sopprusi sudisti e il sud stabilì che la schiavitù era la loro idea di America, la polarizzazione fu finalmente evidente. Servì una Guerra Civile per porvi – temporaneamente – fine. (Fu tutto ovviamente più complicato, ma ci siamo capiti).

Un (mediocre) scontro di immagini

Torniamo a oggi. I repubblicani sono sempre pronti allo scontro, a massimizzare la lotta facendola risuonare sulle televisioni e sui giornali: l’escalation polarizzante, la battaglia dei destini che cattura inevitabilmente anche i democratici. Costoro, con la parziale eccezione dei più giovani, ci appaiono inadeguati a rispondere ad una macchina che combatte con una sola voce e non deve rendere conto ad un elettorato diversificato e composito — e contraddittorio — come quello Dem. 

E i grandi nomi? I Giusti? E il talento? La competenza? I Marshall, Holmes, Bader Ginsburg, sono stati allora sacrificati sui due altari della mediocrità, quello del compromesso eccessivo prima e della polarizzazione poi? In realtà forse l’altare è solo uno, è quello del vantaggio politico a breve termine, che fa perdere di vista ai politici il senso di fare la storia, di segnare le epoche con svolte veramente rivoluzionarie. Sembra quasi che questo Sense of History sia più presente tra coloro che protestano nelle strade, nel movimento Black Lives Matter, piuttosto che nelle nelle sale di Washington D.C.

Lo sfondo è la base del monumento dedicato al generale confederato Robert E. Lee a Richmond, VA.

Al Congresso e alla Casa Bianca si susseguono infatti una serie di scontri solo apparentemente intensi, sempre dipinti come decisivi per il destino dell’America, ma che in realtà vengono dimenticati dopo una settimana, come un tweet che si perde tra migliaia di altri o un notiziario già vecchio dopo qualche ora di programmazione. 

Con questo…ora non so se ogni giudice nominato negli ultimi 20 anni mancasse di competenza, non è questo il punto. Il punto era riflettere sulla visione della classe politica che hanno alcuni americani (e magari qualche suggestione può arrivare a noi che ci relazioniamo la nostra) e sulle narrazioni apparentemente contraddittorie che vengono fatte sulle lotte partitiche. Nonché sulle sensazioni che provo io. Non ho risposte chiare. Solo sensazioni e domande, che trovano in questo mio blogghino personale la sede più adatta per parlarne.

Poi, ci mancherebbe; sono anche io convinto che una vittoria di Trump a novembre sarà un evento disastroso — anche se non la fine del mondo — per l’America. Ma sono anche un po’ frustrato, per il fatto che solo ora c’è stato un tardivo risveglio, dopo le proteste, dopo la morte di RBG. Ci si è resi conto solo adesso che forse era meglio concentrare questi due anni di campagna elettorale sull’importanza di riprendersi il Senato con i suoi poteri di conferma dei giudici federali, della Corte Suprema e di altre cariche.

Un Governo con la G grande

Paradossalmente gli americani — basta vedere il numero esagerato e imbarazzante di candidati alle ultime primarie Dem — si sono convinti di quello che il resto del mondo pensava ingenuamente di loro, ovvero che la presidenza fosse l’inizio e la fine della loro vita politica: una “giusta” avrebbe risolto tutti i loro mali, una “sbagliata” li avrebbe condannati all’oblio.

E forse la colpa è anche di film e serie come The West Wing che pongono nell’esecutivo il destino e le speranze dell’America intera. A parte qualche reporter, molti americani si sono dimenticati che anche la Camera è importante. Il Senato è importante. Chi nomina i giudici è importante. BLM ha dimostrato come l’elezione degli sceriffi, dei procuratori, dei sindaci, dei consigli comunali e di chi prende le decisioni a livello comunitario sia importante. Il controllo delle camere e delle varie cariche a livello dei singoli stati sono importanti. Che stia arrivando questa rivoluzione politica che la politica tradizionale non riesce a fare?

Se dovesse arrivare, gli americani dovranno ancora una volta riconfigurare il significato di «We the People» e del «Governo del popolo, dal popolo e per il popolo», nella trita e banalizzata definizione Lincolniana. Mi ha sempre incuriosito il fatto che “Government” per gli americani non significhi come da noi un consiglio dei ministri che compone l’esecutivo; esso include tutti e tre i “rami” dello stato democratico, quello Esecutivo (Presidenza), Legislativo (Congresso) e Giudiziario (le corti). Government è qualcosa di più grande, di più radicato. È il patto federale dell’Unione, ha un qualcosa di perenne e fondamentale nel suo nucleo, che non cambia con la rotazione delle cariche e con le elezioni. Non è roba per mediocri.

Come premio per essere arrivati fino a qui, ecco un cartone dove i Looney Tunes spiegano il sistema costituzionale americano in maniera chiara e sicuramente meno tediosa.

Bibliografia:

Joanne B. Freeman, The Filed of Blood. Violence In Congress and the Road to Civil War, 2018.

Julian E Zelizer, Burning Down the House: Newt Gingrich, the Fall of a Speaker, and the Rise of the New Republican Party, 2020.

Julian E. Zelizer, Kevin M. Kruse, Fault Lines: A History of the United States Since 1974, 2019

Ezra Klein, Why We’re Polarized, 2020.

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