Ritornare, ripartire, (ri)fallire: dibattiti e pensieri incoraggianti

ritornare

Questa settimana si è tenuto il terzo dibattito presidenziale dei candidati democratici. La discussione è andata avanti per tre ore (un’esagerazione) e si sono intrecciate questioni personali e politiche, vi sono stati scontri sui contenuti delle riforme e le solite battute ad effetto. Comunque sia, siamo quasi alla fine della prima parte del grande reality show che sono le elezioni americane.

Qui non farò un resoconto della discussione, ne potete trovare tanti e dettagliati su internet, tra cui questo. Se invece volete i miei pareri a caldo (e un po’ caciaroni), vi consiglio di recuperare la serie di storie su Instagram che ho messo in evidenza. Dal dibattito partirò o meglio, ripartirò per fare un altro discorso. Questo è infatti il primo articolo della nuova “stagione” di Mari’merica (che sarà un po’ diversa per forma e contenuto) e lo volevo dedicare, appunto, ai temi del ritornare, del ripartire e anche del fallire.

Sempre le solite storie.

Il dibattito democratico mi ha fornito qualche spunto. Prima di tutto, ad accompagnare le discussioni vi sono state diverse citazioni dalla pop culture, più o meno scontate, che dimostrano come vi sia un patrimonio culturale americano condiviso utilizzato anche politicamente.

Poiché il dibattito si è tenuto a Huston, Texas, la senatrice Amy Klobuchar ha pronunciato la frase «Houston, abbiamo un problema», riadattata dal film Apollo 13, procurandomi un attacco acuto di face-palm.

Sempre Klobuchar ha richiamato il film The Day after Tomorrow per enfatizzare gli effetti del cambiamento climatico, ma la citazione più emblematica è arrivata forse da Kamala Harris, quando ha deriso Trump facendo riferimento a Il Mago di Oz . Il film del 1939, come ricorda Alberto Banti in Wonderland, è uno dei cardini della cultura di massa statunitense. Quella di Kamala Harris è solo l’ultima di una lunga fila di citazioni: Il Mago di Oz è un prodotto che ritorna sempre, perché è adatto ad ogni occasione.

Un altro momento dove è emersa una complessa rete di influenze e rimandi culturali, spesso indicato con il termine semplificatorio di “Americanismo“, è stato durante le dichiarazioni finali, quando i candidati ne hanno approfittato per presentare la loro storia personale. Il moderatore ha chiesto quali political setbacks, ovvero quali ostacoli, arretramenti e regressi di natura politica essi hanno sperimentato e come hanno superato queste difficoltà.

Diversi candidati hanno lasciato da parte l’aspetto più prettamente politico per tracciare una loro vicenda, una narrazione coerente del loro passato che possa essere la prossima American story, in cui gli elettori si identifichino in fatto di esperienze, valori e morale. La presidenza è anche e soprattutto questo: dove sarebbe Barack Obama senza la sua storia originale e “comune” allo stesso tempo?

Tutto ciò è arrivato a proposito, perché è un po’ di giorni che rifletto, in preparazione a questo pezzo, sul valore del fallimento, del “rimettersi in piedi” per la cultura americana: un continuo ricalcare sul tema ritorno dopo una caduta, nei film, nella televisione ma anche nella politica.

Cadere e rialzarsi.

«Sai perché cadiamo Bruce? Per imparare a rimetterci in piedi» è una delle frasi più celebri della trilogia del Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan. Non spicca certo per originalità, poiché lo stesso concetto, ovvero che ad una caduta corrisponda un’ascesa frutto della lezione imparata, lo ritroviamo in molte altre opere e culture. Banalmente, sbagliando si impara. Questo è anche un momento topico del “Viaggio dell’Eroe”, un paradigma della letteratura europea che è diventato tanto caro al cinema Hollywoodiano.

In un’altro famoso film, l’eroina sudista Rossella O’Hara cade a terra dopo aver sperimentato la perdita della sua umanità: in maniera animalesca, aveva appena scavato il terreno con le mani, per afferrare una carota e divorarla come una belva feroce. È dopo questa caduta di umanità che Rossella cede anche fisicamente, sviene e piange, vergognandosi della sua condizione e della sua fallibilità.

Tuttavia, accompagnata da una musica ascendente e con sfondo il cielo rosso di tara, lei si alza lentamente e giura davanti a Dio di superare quel momento a tutti i costi e di non soffrire mai più la fame. Il tema musicale di Tara rimbomba in sala, l’inquadratura si allontana dalla figura della donna quasi totalmente in ombra con un pugno alzato al cielo. Il primo tempo di Via col Vento è terminato.

A più di quarant’anni dalla tragedia di Rossella, è Luke Skywalker che sperimenta il fallimento, sempre nella forma di una perdita di umanità. La sua mano gli viene tagliata ed è sostituita da un arto bionico, dopo che il protagonista ha scoperto di essere figlio del più disumano, anzi, anti-umano di tutti, il malvagio Darth Vader dal respiro infernale, «più una macchina che un uomo».

Anche Luke cade concretamente, in questo caso in un pozzo profondissimo, salvo risalirlo grazie ai suoi amici. Egli può così ritornare all’inizio del film successivo, chiamato, ma guarda te, Il ritorno dello Jedi (titolo che però può riferirsi sia a lui che al padre, ma questa è un’altra storia).

Rossella e Luke non superano però le difficoltà in maniera definitiva: sono due individui che falliranno, ritorneranno e ripartiranno più volte. Ciò è un carattere particolare e spesso sottovalutato di molti eroi americani, che fanno del fallimento il loro carattere costitutivo: assieme a Luke e Rossella annoveriamo non solo i famosi supereroi con superproblemi della Marvel, ma anche Rocky, Simba e persino Cady di Mean Girls.

Fallimenti presidenziali.

A volte il paradigma del cadere-ritornare è utilizzato anche per interpretare figure della storia politica americana: dei veri e propri vincenti se pensiamo alla loro fama, essi sono anche visti anche come dei “grandi falliti”. Il più grande fallito di tutti è il presidente Abraham Lincoln, la cui carriera, costellata di numerose sconfitte politiche prima di arrivare alla presidenza, è utilizzata spesso come esempio motivazionale. Lincoln è quindi una figura estremamente mitizzata ed umanizzata allo stesso tempo.

Bill Clinton, poi, fece del binomio caduta-ritorno un vero motivo di orgoglio. Egli si autoproclamò «The Comeback Kid» dopo essere arrivato al secondo posto (!) nelle primarie del New Hampshire del 1992, un risultato interpretato come una vittoria a seguito del suo scarso risultato in Iowa.

Clinton vantava anche un altro ritorno: giovane governatore dell’Arkansas, fu sconfitto dal suo avversario nel 1980 per poi essere rieletto, dal 1982, per quattro volte di fila. Clinton, assieme ad altri fattori, si fece forte della sua fama di resiliente, ovvero essere capace di interiorizzare la sconfitta senza distruggersi e farne una risorsa per avere successo in seguito.

Similmente, politici ideologicamente non affini a Clinton come Elizabeth Warren e Bernie Sanders, nel dibattito di questa settimana, hanno attribuito grande valore alla resilienza nella narrazione della loro vicenda. Anche lo stesso Joe Biden, che ormai è alla sua terza corsa alle primarie e ha passato numerosi eventi traumatici nella sua vita (ne parlo qui) può essere incluso in questo paradigma. È proprio l’ex vicepresidente che ha aperto le dichiarazioni finali affermando l’importanza di rialzarsi e ritornare in gioco dopo essere stati gettati a terra.

Tutto ciò fa risaltare, al contrario, in maniera particolare e “anomala” Donald Trump, che è l’esatto opposto di questa mentalità. Trump è una nota stridente nel discorso sull’americanismo, poiché è una persona incapace di concepire il fallimento, sia quello degli altri, che in quanto “perdenti” sono da deridere, sia il proprio. Trump nega che il suo impero fosse a pezzi all’inizio degli anni novanta, così come non ama parlare della sua sconfitta nel voto popolare nel 2016 e allontana ogni collaboratore in disaccordo con lui. Però alla fine, anche Trump può rientrare nella nostra riflessione, poiché la sua fallibilità, la stessa che non ammetterà mai, è ciò che i suoi sostenitori amano di lui.

La consolazione incoraggiante del fallire (e del ritornare).

Ritengo quindi che il fallimento e il risollevarsi da esso, nonostante la pomposità e l’esaltazione trionfante della forza che ci appare da una lettura superficiale dell’americanismo, sia un aspetto fondamentale della cultura di massa statunitense. Un elemento che rimane vivo ed è utilizzato come paradigma per interpretarsi e narrare se stessi al pubblico, come il dibattito di giovedì sera ha dimostrato.

La necessità di valorizzare il fallimento e di tenerne viva la memoria è sottolineata da Yoda nel bellissimo (eh già…) Gli Ultimi Jedi:

«Heeded my words not, did you? Pass on what you have learned. Strength. Mastery. But weakness, folly, failure also. Yes, failure most of all. The greatest teacher, failure is. Luke, we are what they grow beyond. That is the true burden of all masters.»

Ritornare

Gli americani amano gli eroi falliti perché possono identificarsi con essi. Anche i più virili dei cowboy sono stati, almeno in un certo momento, dei perdenti e questo aspetto è ancora più evidente nel fumetto supereroistico. Ovviamente, gioca in tutto ciò una componente consolatoria e rassicurante, tipica dei prodotti di cultura di massa: “anche gli eroi falliscono, tutto si risolverà per il meglio”.

La domanda quindi è questa: Si può andare oltre questa consolazione passiva che sfocia spesso nell’attesa rassegnata di un qualcosa che non arriverà mai? Beh, io credo che il modello del cadere-ritornare possa ispirare anche qualcosa di attivo, di coraggioso. In effetti, come direbbe Gandalf riguardo al destino, la possibilità di ritornare dopo una sconfitta è veramente «un pensiero incoraggiante».

Ben ri-tornati in Mari’merica. We’ve got a great show for you. Stick around.

Per approfondire:

  • Banti A. M., Wonderland. La cultura di Massa da Walt Disney ai Pink Floyd, Bari, Laterza, 2017.
  • Del Pero M., Era Obama. Dalla Speranza del cambiamento all’elezione di Trump, Milano, Feltrinelli, 2017.
  • Johnston D. C. Donald Trump, Milano, Einaudi, 2016.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: