Schiavitù, abolizionismo e diritti delle donne

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A partire dal 2007 l’Onu ha istituito il 25 marzo come International Day of Remembrance of the Victims of Slavery and the Transatlantic Slave Trade.1 Dalla metà del XV secolo e per ben quattro secoli, circa 12,5 milioni di schiavi sono stati inviati dall’Africa nelle Americhe, ma solo 10,7 milioni di loro riuscirono ad arrivarci​​.

In questo articolo cercherò di tenere insieme alcune questioni spinose che riguardano la battaglia portata avanti da uomini e donne per abolire la schiavitù. I fili che si intersecano sono molti, soprattutto se si guarda al rapporto tra abolizionismo e il movimento che rivendicava maggiori diritti per le donne in America. 

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The Ark of Return è l’opera di Rodney Leon, architetto americano di origine haitiana, installata nella Visitors’ Plaza of UN Headquartes a New York per commemorare le vittime.

Partiamo dall’Europa… con un po’ di domande.

Vi siete mai chiesti come l’avrebbe presa il Parlamento inglese se una nave da Bristol fosse andata in Francia, avesse comprato dai democratici francesi alcuni aristocratici e li avesse portati in Giamaica come schiavi? 

Se non l’avete fatto, non vi disperate perché ci ha già pensato Charles James Fox, deputato abolizionista, a porre questa domanda all’illustre House of Commons nel 1792.

Charles James Fox. (“Ma quanto è bellissimo!” – Matteo.)

(Per dovere di cronaca, Charles disse anche ‘or vice versa’, ipotizzando cioè che anche gli aristocratici francesi potessero vendere i democratici come schiavi, ma la prima prospettiva ci piace di più.)

In ogni caso, la questione centrale per gli abolizionisti non era se il sistema poteva essere messo in discussione, ma quando sarebbe finito.

Eppure, sia l’abolizione della tratta degli schiavi e più tardi, della schiavitù stessa, si verificarono quando la produzione e il consumo di beni derivati dal lavoro degli schiavi erano in espansione.3 Come si riuscì allora a rovesciare un sistema che appariva economicamente redditizio?

Gli appelli alla carità e alla compassione promossi dai gruppi religiosi Quaccheri, Metodisti, Evangelici e di altri Protestanti riuscirono ad oscurare gli interessi economici? Gli antiabolizionisti britannici infatti, esaltavano la ricchezza e i vantaggi strategici che derivavano dal traffico degli schiavi e sostenevano che un’azione unilaterale si sarebbe rivelata inutile.4

Quanto a lungo poteva durare e dove avrebbe portato lo scontro tra due fronti che partivano da considerazioni di natura molto diversa, dato che sia le argomentazioni di carattere morale degli abolizionisti che quelle economiche degli antiabolizionisti, potevano risultare ugualmente valide e persuasive? 

Fare il punto su tutte queste questioni è un lavoraccio, le teorie sono molte e ancora di più sono i fattori da considerare. Mi sento solo di suggerire che FORSE gli abolizionisti, per vincere, si siano abbassati al livello dei loro avversari e quindi la risposta si cela dietro un altro interrogativo.

E negli Stati Uniti?

Ecco allora, la domanda capace di domare, trovare, ghermire e incatenare tutte le altre: gli abolizionisti si assicurarono la definitiva vittoria sui loro detrattori anche perché dimostrarono che la tratta degli schiavi non era economicamente conveniente quanto questi sostenevano? Qui passo simpaticamente la palla a Matteo.

Matteo: Grazie. Non saprei dare una risposta per il caso britannico, per cui tengo per buona la tua ipotesi secondo cui, per il fine superiore, gli abolizionisti abbiano iniziato a proporre una teoria economica anti-schiavitù. Posso parlare però per il caso americano.

Come parzialmente previsto dalla Costituzione americana, la tratta degli schiavi fu abolita nel 1808. Tuttavia non fu una grande perdita per gli schiavisti, che contavano sulla riproduzione in loco degli schiavi afroamericani, una popolazione in costante crescita; e poi, comunque, il contrabbando di schiavi dall’Africa continuò per qualche anno. Per quanto riguarda la schiavitù in sé, è difficile immaginare una sua abolizione senza la Guerra Civile.

Però anche lì, l’alleanza tra abolizionisti e oppositori della schiavitù *in quanto* sistema economico e sociale (non tanto morale) fu fondamentale. La Guerra Civile Americana (1861-1865), infatti, scoppiò non tanto sull’abolizione della schiavitù, presente nel sud degli USA, ma sul problema dell’espansione della schiavitù. Solo negli ultimi due anni, il conflitto divenne una guerra abolizionista. Il problema della schiavitù nel nuovo mondo risaliva all’epoca coloniale, ma divenne pressante a metà dell’800 soprattutto per l’acquisizione di un sacco di territori ad Ovest e a Sud Ovest, dopo la guerra contro il Messico.

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Questi nuovi territori del “West” e del “far west”, iniziarono ad essere visti come il futuro dell’America. E il futuro dell’america era la schiavitù o la libertà? L’America sarebbe stata il più grande impero schiavista della terra, controllato da una potente élite geograficamente ben localizzata, o l’impero del lavoro individuale, del little guy proprietario del suo “suolo libero”? Su queste domande, che per alcuni furono una questione morale primaria, ma che per altri non implicavano necessariamente un interesse per il destino dei neri, si giocò il destino della nazione americana, degli afroamericani e della schiavitù.

Emancipazione degli schiavi, emancipazione della donna.

Passiamo ora alla questione centrale dell’articolo: il rapporto in America tra movimento abolizionista e quello per l’emancipazione della donna.

Partiamo da un primo dato importante: anche negli Stati Uniti la spinta all’abolizionismo si sviluppò all’interno degli ambienti religiosi protestanti. 

E se William Lloyd Garrison, giornalista calvinista di Boston e fondatore nel 1831 del giornale abolizionista «The Liberator», denunciava che i pregiudizi razziali del Nord erano, davanti a Dio, un peccato grave quanto la schiavitù nel Sud,6 vale però la pena ricordare almeno un episodio in cui gli abitanti del Massachusetts si mobilitarono in massa contro il Fugitive Slave Act (1850).

William Lloyd Garrison, abolizionista e sostenitore dei diritti delle donne.

Questa legge prevedeva che gli schiavi fuggitivi, sui quali era imposta una taglia, fossero catturati e riconsegnati al loro padrone, anche se avevano raggiunto uno stato in cui la schiavitù era stata abolita. Tuttavia, il 15 febbraio del 1851 migliaia di cittadini di Boston irruppero nella cella di Shadrach, schiavo fuggitivo che lavorava come cameriere, per liberarlo e farlo fuggire verso il Canada.

Seneca Falls e l’abolizionismo.

Lo sviluppo di un movimento antischiavistico femminile e il legame con la questione sui diritti delle donne, può essere spiegato partendo dall’incontro organizzato il 19 e 20 luglio del 1848 nella chiesa metodista di Seneca Falls, nello stato di New York. Dopo aver elencato gli abusi e le ingiustizie subite, le organizzatrici esposero quelle che erano le loro rivendicazioni, tra le quali primeggiava la richiesta di una piena cittadinanza, che includeva il diritto di voto.

Venne scritta la Dichiarazione dei Sentimenti, ispirata alla Bibbia e alla Dichiarazione d’Indipendenza Americana. Le donne coinvolte appartenevano a comunità religiose presenti soprattutto nel New England dove si era sviluppato da tempo un forte sentimento che si opponeva alla tratta degli schiavi, considerata un abominio contro la morale. 

Tra le organizzatrici ci furono Lucretia Coffin Mott ed Elizabeth Cady Stanton che si erano conosciute alla London’s World Anti-Slavery Convention del 1840, che riunì importanti rappresentanti da tutto il mondo che si opponevano alla schiavitù. In quella occasione però, le donne non avevano avuto diritto di parola8 perché va bene partecipare, ma meglio se zitte e sedute in galleria (ops). 

Benjamin Robert Haydon, The Anti-Slavery Society Convention,1840, olio su tela, 1841. È conservato alla National Portrait Gallery di Londra. Nel sito è possibile inquadrare i volti dei vari personaggi e scoprire chi sono.

Le donne e l’antischiavismo nel nord-est.

A Boston e a Filadelfia sorsero società antischiavistiche femminili che coinvolgevano donne bianche e nere. Maria Weston Chapman fondò la «Società» di Boston, mentre Lucretia Mott quella di Filadelfia in cui militavano le tre sorelle Sarah, Margaretta e Harriet Forten, insieme a Sarah Mapps Douglas, tutte e quattro afroamericane. 

La situazione era diversa a New York, dove il comitato delle donne di questo terzo centro antischiavistico femminile rimase subordinato a quello degli uomini. Qui donne bianche e nere portarono avanti la stessa battaglia, rimanendo però separate. Tra queste ricordiamo Sojourner Truth, una donna nera nata schiava nella contea di Ulster con il nome di Isabella Van Wagner, che cambiò il suo nome quando nello stato di New York venne abolita la schiavitù (1827) e ottenne la libertà. 

Sojurner Truth

La ferrovia sotterranea.

Di una generazione successiva è Araminta Ross, nata schiava nel Maryland tra il 1820 e il 1822. Conosciuta come Harriet Tubman (Harriet era il nome della madre) riuscì a scappare e ad aiutare dozzine di fuggitivi grazie alla Underground Railroad. La taglia posta sulla sua testa era di 40.000 dollari, ma la “Moses of her people” non fu mai catturata. Riuscì a sfruttare la già esistente rete di contatti che consentiva agli schiavi di scappare dagli stati del sud per raggiungere quelli del nord e in alcuni casi, il Canada. Sulla vita di Harriet Tubman è uscito nel 2019 il film Harriet, diretto da Kasi Lemmons e con Cynthia Erivo che interpreta la protagonista. 

Tubman, schiavitù
Harriet Tubman

Con un romanzo su questo tema, Colson Whitehead ha vinto nel 2017 il premio Pulitzer per The Underground Railroad (La ferrovia sotterranea). Dal momento che non so come descrivere questo libro se non come “bellissimo“, prendo in prestito le parole della motivazione ufficiale: «sapiente fusione di realismo e metafore che combina la violenza della schiavitù e la drammaticità della fuga in un mito che parla all’America contemporanea». 

Attenzione: l’autore immagina una reale ferrovia sotterranea con tanto di locomotive e stazioni. Niente di tutto ciò è esistito, ma ciò non toglie che sia appunto, un romanzo bellissimo. 

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Annuncio di ricompensa per la cattura di uno schiavo. Library of Congress, https://www.loc.gov/item/98504563/.

Alcune (non) conclusioni.

Per finire, voglio brevemente porre l’attenzione ancora su due questioni. 

La prima riguarda il rapporto tra il clero protestante e le rivendicazioni delle donne militanti. Durante le conferenze tenute da Sarah e Angelina Grimké nel 1837, soprattutto nelle chiese della Nuova Inghilterra, venne denunciato il modo in cui le chiese trattavano gli uomini neri, anche liberi.

L’associazione dei pastori congregazionalisti rispose ai loro discorsi con una lettera in cui ricordarono alle donne che la loro funzione non contemplava l’intromettersi negli affari pubblici. Nonostante questi attacchi, la sensazione di combattere per una causa divina aiutò le militanti a resistere. Angelina Grimké scriveva: «Non è soltanto la causa degli schiavi che noi difendiamo, ma quella della donna come essere morale e responsabile». 

Angelina Grimkè

La seconda questione mi permette di finire come ho iniziato, ovvero con alcune domande. Si focalizza sul periodo successivo all’emancipazione.

  • L’entusiasmo che Elizabeth Cady Stanton, figlia di un giudice e moglie di un leader abolizionista aveva condiviso con le altre militanti, magari donne nere e nate schiave, per l’emanazione del XIII emendamento (1865) che aboliva la schiavitù, durò a lungo? 
  • E soprattutto, fu riconfermato di fronte al XIV (1868) e al XV emendamento (1870) che riconoscevano la cittadinanza e i pieni diritti, compreso quello di voto, a tutti gli uomini, inclusi i neri e gli ex schiavi? 
  • Per la Stanton era ammissibile che il voto fosse garantito ai neri e non alle donne bianche, istruite e di ceto medio-alto che lei rappresentava?
  • Come si comportò Sojourner Truth in una situazione in cui i neri avevano ottenuto importanti diritti, ma era stata riaffermata la discriminazione nei confronti delle donne? 

Questa è un’altra storia, che vi incoraggio ad approfondire.

Note e bibliografia.

1 In concomitanza con la Giornata Internazionale della Solidarietà per i membri del personale arrestati o scomparsi.

Bock Gisela, Le donne nella storia europea: dal Medioevo ai nostri giorni, Roma, Laterza, 2006.

Coatsworth John, Cole Juan, Hanaga Michael P., Perdue Peter C., Tilly Charles, Tilly Louise, Global Connections. Politics, Exchange, and Social Life in World History, Volume II, Cambridge, Cambridge University Press, 2015.

Drescher Seymour, People and Parliament: The Rhetoric of the British Slave Trade, “The Journal of Interdisciplinary History”, vol. 20, no. 4, 1990, p. 561–580.

Georges Duby, Michelle Perrot, Storia delle donne in Occidente: l’Ottocento, a cura di G. Fraisse e M. Perrot, Roma, Bari, Laterza, 1991.

David Eltis, The Rise of African Slavery in the Americas, Cambridge, Cambridge University Press, 2000.

Levine Bruce, Half Slave and Half Free: The Roots of Civil War, New York, Hill and Wang, 2005

Levine Bruce, La guerra civile americana. Una nuova storia, Torino, Einaudi, 2015.

Luconi Stefano, Gli afro-americani. Quattro secoli di storia, Padova, Cleup, 2015.

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