Staten Island & Blues – Mari IN ‘merica #14-#15

Staten Island

Oggi ho deciso di andare in esplorazione a Staten Island, il “Distretto dimenticato” di NYC. Il poco che sapevo di S.A. l’avevo tratto da Il Padrino (infatti io la chiamo sempre Sccteiten Ailland) e dal film trash Estate a Staten Island, che ho “recensito” qui. In quest’ultimo film, l’isola viene descritta come il posto più noioso in cui vivere, dal quale il protagonista vuole scappare il prima possibile.

Staten Island

Insomma, per Staten Island partivo da un base che univa Mafia movie e commediassa americana. Non male.

La mia curiosità era però insaziabile: come mai su Staten Island non sapevo altro? Perché questo luogo non ha una “fama”, buona o cattiva, come Manhattan, Brooklyn, Queens o il Bronx? Perché è così inutile e “malcagata”?

Allora ho aperto la fonte di informazione primaria per ogni aspirante storico che si rispetti: Wikipedia. Ho scoperto, prima di tutto, che Staten Island fu soprannominataThe forgotten borough (il distretto dimenticato): quindi non è una colpa non saperne nulla. 

Inoltre, ci sono altri importanti fattori che la rendono qualcosa d’altro rispetto a NYC. Prima di tutto, è il distretto più repubblicano della città, in controtendenza al resto della città che è una roccaforte democratica; poi, è oggettivamente il più lontano da Manhattan, dato che ci si può arrivare solo con la Ferry (il traghetto) o facendo il giro del cucco con l’autobus, passando dal Ponte di Verrazzano-Narrows.

Staten Island

Nell’isola c’è un po’ di risentimento verso “quelli di là”: più volte, Staten Island ha cercato di separarsi dalla città di New York e di rivendicare un’identità propria, fallendo solo a causa di intoppi burocratici e amministrativi. 

Questa gente si è sentita talmente trascurata che gli è stato dato il contentino di far partire la Maratona di New York proprio dalla parte statenislandese del Ponte di Verrazzano. In questo modo, la maratona riesce a toccare tutti e cinque i distretti.

Lo sbarco.

Arrivando sull’isola si respira un po’ l’atmosfera della middle America: grandi strade, case a schiera, pochi negozi se non in centri ben definiti, ma soprattutto un assordante silenzio. Il contrasto con la frenesia di Manhattan non poteva essere più evidente.

Staten Island

Però, convinto dal fatto che valesse la pena esplorare degli itinerari alternativi, mi sono convinto a darle una possibilità.

È stata una giornata indimenticabile? No, è stata più una questione di togliersi uno sfizio. Non ho scoperto chissà cosa, ma ne ho approfittato per fare un po’ di movimento fuori dalla calca di Manhattan. La mattina è stata piuttosto piatta e mi è parsa confermare la fama di S. A. come luogo noioso.

Arrivato alle 9.30 con la Ferry, il traghetto, mi sono diretto ad un complesso culturale-botanico chiamato Snugh Harbor, a circa 15-20 minuti a piedi verso est dopo l’attracco sull’isola.

Staten Island

Da internet, sembrava che il complesso fosse molto carino, con vari orti botanici e alcuni musei, costruiti dentro vecchi edifici sette-ottocenteschi. È certamente un posto interessante, ma al mio arrivo ho scoperto che metà della zona era chiusa per un festival che includeva questi capolavori di architettura:

Staten Island

Per il resto, le piante erano giustamente secche perché è inverno, i locali aprivano alle 11 e non mi sembrava valesse la pena aspettare. L’isola è infatti molto grande e alle 17 sarebbero scesi sia il buio che la temperatura. Inoltre, in quel freddo sabato mattina del “ponte” del Ringraziamento, lì non si vedeva anima viva. 

Staten Island

Per cui, sono tornato all’attracco del traghetto, da cui partono anche i treni che percorrono l’isola nella sua parte Ovest. Dal treno, il paesaggio offre un bel panorama verso Brooklyn e verso il mare. Si può scorgere infatti il ponte di Verrazzano e davanti a lui Fort Wadsworth. Da lì la vista deve essere mozzafiato, però quel giorno (ahimé) cercavo qualcosa di diverso da visitare e ho deciso di saltare quella meta.

Alla mia scelta, ha contribuito il fatto che le distanze dalla ferrovia al forte fossero molto ampie: non avrei voluto aspettare degli autobus pre-festivi per mezzora o buttare via altro tempo in passeggiate “esplorative” rilassanti ma poco utili. 

Cosa che, ovviamente, è successa comunque, perché sono sceso alla stazione sbagliata. La mia meta era un sito chiamato Historic Richmond Town, ovvero una cittadina ricostruita al centro dell’Isola, gestita dalla società storica di Staten Island.

Historic Richmondtown.

Per non perdere tempo, ho pranzato per strada con il mio mitico Tè nel termos e dei biscotti che avevo con me.

Arrivato alla cittadina, mi ha accolto anche lì il silenzio più totale, escluso quello delle automobili sulla strada statale che vi passava in mezzo.

Staten Island

Poiché non sembrava esserci anima viva, mi sono diretto ad un cimitero lì vicino, al centro del quale si erge la chiesa di Sant’Andrea. Mi hanno spiegato poi che le tombe attorno alla chiesa appartengono a diversi caduti durante la Rivoluzione americana. 

Vagando ancora un po’, ho trovato finalmente un’addetta del parco-museo che mi ha informato su una speciale visita guidata in occasione della festa del ringraziamento. Oddio sì, grazie, finalmente. Fatemi fare qualcosa in quest’isola del cavolo, vi prego, qualsiasi cosa.

Così, mi sono diretto sul monticello dove si trova il Town Hall (il “comune”) adibito a centro visitatori e ho pagato 8$ per ascoltare un signore più di là che di qua raccontarci in maniera lenta e faticosa qualche aneddoto sulla storia di Staten Island, alla quale appartengono, a quanto pare, improbabili primati storici nell’uso del telefono e delle poste.

Il vetusto e paffuto signore ci ha anche mostrato gli interni di qualche edificio, come l’emporio del villaggio.

Historic Richmondtown è organizzata per epoche: più ci si allontana dal centro del villaggio, più si va indietro nel tempo. Gli edifici sono quasi storicamente autentici, nel senso che sono stati trasportati lì dal loro vecchio ambiente e ricostruiti com’erano prima. I più lontani dal centro appartenevano addirittura agli olandesi e il più vecchio è del 1695. 

La nostra guida si inventava anche delle storielle su tale Mr. Johnson che a metà ottocento doveva ritirare la posta o prendersi le giornate per andare a rispondere all’unico telefono dell’isola (e quindi, del mondo). Ad ascoltare eravamo io, una famiglia e una coppia di ragazzi. Nessuno rideva alle battute della guida, dato che i suoi tempi comici erano tremendi. Ogni tanto c’era qualche risata di cortesia, ma penso se ne fosse accorto perché a metà tour ci ha abbandonato. 

Poco male, perché eravamo arrivati al punto forte, ovvero la rievocazione storico-culinaria del Thanksgiving. Delle simpatiche signore, nelle diverse abitazioni, hanno cucinato per i visitatori torte, tacchino e altre prelibatezze. Gli assaggi, nonostante venissero forniti in vasetti di plastica poco coloniali, erano cucinati con le tecniche utilizzate dai coloni e dai primi statunitensi (o di metà ottocento, nelle abitazioni più recenti). 

Staten Island

Questa signora nelle foto faceva la parte della cuoca olandese, anche se mi ha spiegato che i suoi genitori erano di origini siciliane: perché Staten Island, tra le altre cose, è la contea degli USA con la più alta percentuale di Italoamericani (35,7%). 

Staten Island

Infatti, sono molte le pizzerie e i ristoranti italiani sull’isola. Prima di risalire sul traghetto, mi sono così concesso una tipica pizza in un locale lì al porto, un po’ lercio ma caratteristico. 

Due fette di pizza ed una coca costavano, come mi ha detto la commessa, «FAEEEE DOLLARS». «Sorry?» le rispondo io, The Queen of England. «FAEEE DOLLARS», mi ripete lei, un po’ stizzita. Ah, Five Dollars. Cristo santo. 

Staten Island

Ritorno alla civiltà.

Era comunque un prezzo del tutto onesto. La pizza e la coca alle quattro di pomeriggio sono state una scelta saggia, dato che ero un po’ assonnato dopo il viaggio di ritorno in autobus (e dall’atmosfera generale dell’Isola). Tornato a Manhattan, ho ripreso a camminare e mi sono goduto un po’ Wall Street e la Broadway col buio.

Poi, Subway, appartamento e …cavolo. Sono le nove. È sabato sera. Sono a New York. D’impulso, sono uscito e sono andato ad un bar a pochi isolati da casa mia, con la voglia di ascoltare un po’ di Jazz & Blues.

Il locale in questione si chiama Paris Blues e merita una visita, non solo perché l’entrata è gratuita (con l’obbligo però di almeno due consumazioni) ma anche perché è un tuffo in un contesto totalmente altro: i drink sono un po’ acquosi e hanno un pessimo rapporto qualità prezzo, l’ambiente è spoglio, affollato e squallido. 

Staten Island

Però, è tutto parte dell’intrattenimento, perché è un vero Jazz Bar così com’era negli anni settanta, almeno a detta dei clienti con cui ho parlato. Dentro c’era infatti gente di tutti i tipi: giovani, vecchi, gruppi grandi e piccoli, uniti tutti dalla passione per la musica e per questi buchi caratteristici che stanno scomparendo.

Ho conosciuto un tipo che veniva dal Tennessee, mi pare si chiamasse Mark, il quale era nel locale assieme alla moglie e ai figli. Abbiamo parlato di un sacco di cose. Uno dei figli ha più o meno la mia età e lavora alla Columbia, l’altra figlia partiva il giorno dopo per lavoro, mentre un altro non c’era perché è in marina. Mi hanno anche offerto una birra ed erano curiosissimi di sentire le mie storie sull’Italia, su Verona e sui miei studi. Abbiamo parlato per due ore buone.

Staten Island

Gli ho anche raccontato della mitica Pearà, il piatto tipico veronese, consigliando loro di assaggiarlo se passeranno mai per Verona. Tornato a casa, mi sono dato un po’ dello stupido, perché non gli ho nemmeno lasciato il mio indirizzo o un contatto se mai verranno in Italia. Poteva essere un simbolo della mia gratitudine per aver passato una bella serata.

Le classiche cose che si pensano dopo, perché nel bel mezzo di tutto sembrava così naturale parlare e ridere con degli sconosciuti: io e loro, accomunati dal solo fatto di esserci incontrati in una delle città più iconiche del mondo. Solo questo bastava. 

Domenica.

Ieri, domenica, ha anche nevicato un po’. Il tempo era da imbaccuccamento e ne ho approfittato per recuperare qualche puntata in arretrato di The Newsroom, in attesa di una settimana fatta di alzatacce per assistere almeno a tre Morning Shows. Però, nonostante il riposino, non ho resistito dall’uscire un po’ la sera, dato che dovevo ancora provare Los Tacos No.1 di Chelsea Market. Una cenetta come si deve.

Informazioni Utili:

  • Sebbene State Island, come avete capito, non sia una meta troppo obbligata, secondo me con una buona pianificazione alcune sue zone possono trovare spazio in una vacanza medio-lunga.
  • Prima di tutto, la State Island Ferry è gratuita, la mia non aveva pogioli esterni, ma la vista dal traghetto include comunque Brooklyn, la statua della libertà e ovviamente la Skyline sud di Manhattan.
  • Arrivati all’isola, un’ottima vista di Lower Manhattan, si può avere dal memoriale dell’11 settembre di Staten Island. Queste due sculture poi provocano un effetto prospettico interessante.
  • Dicono che la zona con il forte davanti al ponte di Verrazzano sia mozzafiato, però dovete arrivarci in autobus o camminare.
  • La visita ad Historic Richmondtown, sebbene non clamorosa (ne fanno tanti di eventi così anche da noi) è molto carina e se c’è qualche evento in programma vi consiglio una visita. Più info sul sito.
  • Anche per il Paris Blues, più informazioni sul loro improvvisato sito ufficiale. Due consumazioni obbligatorie, Jazz tutte le sere, Birra 8$ e nessun coperto.

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