Strawberry Fields Forever – Mari IN ‘merica #22

Ieri è stato il trentanovesimo anniversario della morte di John Lennon, assassinato sulla settantaduesima strada all’entrata del Dakota, un complesso di appartamenti proprio di fronte a Central Park.

Dall’altra parte della strada gli è stata dedicata una porzione di parco, rimodellata e chiamata Strawberry Fields, come la canzone dei Beatles Strawberry Fields Forever, scritta e amata da Lennon.

Un mosaico circolare con la scritta “Imagine” è l’elemento più riconoscibile del memoriale e in quella piazzetta si ritrovano spesso artisti a cantare e ad omaggiare il cantautore. Ieri, ovviamente, l’occasione era speciale e l’omaggio è diventato un concerto tributo improvvisato, come accade ogni anno.

Il mio piano per la giornata era quello di uscire a prendermi degli hotdog e andare a mangiarli a Central Park, per poi raggiungere la folla e dare un occhiata alle celebrazioni.

Per questo, sono sceso con la metro proprio alla settantaduesima. Tra questa e Broadway c’è Gray’s Papaya, una delle migliori “hotdoggery” di NYC. Non fatevi ingannare dal look molto trasandato del locale, i loro hot dog sono imperdibili!

Poi, mi sono avviato a Central Park con sacchettino fumante in una mano e Coca Cola nell’altra. Trovata una panchina libera, ho divorato i tre buonissimi hot dog mentre in sottofondo arrivava la musica da Strawberry Fields. Le note e le parole erano quelle della popolarissima I want to hold your hand, la canzone che ha reso popolari i Beatles negli USA portando alla British Invasion.

È stata una sensazione bellissima. Per questo, terminato il mio pranzo, mi sono avvicinato alla zona del concerto. La folla andava e veniva ed era radunata sia attorno al mosaico, sia attorno ad un folto gruppo di artisti.

Avvicinarsi non è stato difficile e nel giro di dieci minuti sono finito tra le prime file, attorno ai chitarristi. C’erano anche due ragazzi con delle pianole a fiato e dei batteristi che suonavano a turno.

Altri elementi toccanti erano la quantità e la diversità di gente attorno a me. Gli individui più caratteristici erano i John Lennon impersonator, ovvero quelli che imitano con il loro look quello dell’artista, con gli occhiali tondi e tutto il resto. C’erano John Lennon giovani e vecchi, John Lennon maschi e femmine, John Lennon con e senza capelli, magri e grassi, alti e bassi.

Pensavo che sarei rimasto a Strawberry Fields al massimo una mezzora, per assaporare l’atmosfera e poi dirigermi a visitare altre parti del parco. Invece, sono rimasto lì circa tre ore, fino alla fine del tributo, che ovviamente si è concluso con Imagine. Il mosaico, per quell’ora, era già pieno di fiori, foto e candele.

Avevo anche sperato di beccare qualche celebrità, magari Yoko Ono che vive ancora dall’altra parte della strada, al Dakota. Tuttavia nulla, anche se credo di aver intravisto Ringo Starr passare e lasciare dei fiori, ma quasi sicuramente era un imitatore o uno che gli assomigliava, non ci scommetterei.

La nonna-Lennon, terminata Imagine, ha chiamato un momento di silenzio che tutti hanno osservato. Dopo un «Thank you, John» ce ne siamo andati tutti a casa perché iniziava a fare veramente freddo. Che bel pomeriggio.

Strawberry Fileds

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