“To Kill a Mockingbird” e l’America di Aaron Sorkin – Mari in ‘merica #24

To kill a mockingbird

Ultimo Broadway per me ieri sera. Dopo The Great Society e Mean Girls, ho visto To Kill a Mockingbird (Il Buio Oltre la Siepe), tratto dal romanzo di Harper Lee del 1960, già un popolarissimo film del 1962.

Da Harper Lee ad Aaron Sorkin

Atticus Finch è un’avvocato che vive e opera nella fittizia cittadina di Maycomb, Alabama, all’inizio degli anni trenta. Egli, nonostante la sua scarsa passione per il diritto penale, si ritrova a difendere in tribunale un afroamericano accusato di aver stuprato la figlia di un contadino bianco. Tutto ciò è raccontato attraverso gli occhi della figlia di Finch, “Scout”, che vive con il padre assieme alla fratello e alla domestica Calpurnia.

Ora, To Kill a Mockinbird è un romanzo (e un film) popolarissimo anche da noi, immaginate negli Stati Uniti. È stato un documento fondativo per l’America degli anni sessanta, per come ha dipinto le relazioni tra razze nel sud, ma anche per come ha affrontato la questione della violenza sessuale e dei rapporti tra i generi.

Atticus Fintch è un eroe pragmatico: idealista al punto giusto, dalla salda morale, crede di poter fare la differenza non con grandi azioni o parole, ma tramite il suo lavoro. Atticus credeva in un sistema che tuttavia scopre essere truccato, come rivela ognuna delle tre versioni della storia.

È proprio su questa fessura aperta dalla figura di Atticus che insiste il dramma teatrale di Broadway, adattato dallo sceneggiatore Aaron Sorkin nel 2018. È quindi di questo che voglio parlare oggi, dato che ultimamente mi sto ritrovando a fare i conti con Sorkin sempre più di frequente.

Infatti, il principale motivo che mi ha portato a rispondere agli zii «Magari il biglietto per Il buio oltre la Siepe?» quando mi hanno chiesto cosa volessi per il compleanno, è stato proprio il fatto che dietro alla sceneggiatura vi fosse Sorkin.

Un’idea che è l’America

Come tanti altri, mi sono innamorato dell’America descritta da Aaron Sorkin. Egli è lo sceneggiatore di film come Il presidente – Una Storia d’Amore con Michael Douglas, di La guerra di Charlie Wilson (di cui ho parlato qui) con Tom Hanks, The Social Network, Steve Jobs e altri.

Tuttavia, è famoso soprattutto per le sue serie tv, dei veri propri trattati sugli Stati Uniti: sui media, in particolare, come Sports Night, Studio 60 e The Newsroom, quest’ultima da me finita tra lacrime di gioia domenica sera. Tuttavia, il prodotto per cui è sempre tirato in causa, la sua creatura più celebre è The West Wing – Tutti gli Uomini del Presidente.

Certe volte Sorkin scrive per mostrare agli americani come le cose andrebbero veramente fatte, traendo ispirazione da eventi reali: The West Wing presenta una versione ideale dell’amministrazione Clinton, mentre The Newsroom nasce dalla frustrazione per l’inadeguatezza dei notiziari televisivi, i quali avrebbero abdicato alla loro missione di informare per diventare intrattenimento puro e semplice.

Dunque, l’elemento che rende Sorkin riconoscibile come autore è il suo commento sull’attualità e sulla storia statunitense. Per Sorkin, gli USA non son una nazione, un paese o una patria. Sono un’idea. Infatti, lui si arrabbia molto quando la realtà non corrisponde a quell’idea di uguaglianza, libertà e perseguimento della felicità. Detta in altri termini, sospetto che la scrittura di Sorkin nasca dalla sua rabbia nei confronti del reale, per il quale cerca di proporre soluzioni e modelli nelle sue sceneggiature.

Chi realizza la “shining city upon a hill”? Gli eroi di Aaron Sorkin.

Per l’autore, l’unico modo per realizzare l’idea degli Stati Uniti è tramite l’azione costante di alcuni individui. Attenzione, costoro non sono prescelti o cavalieri senza macchia: sono semplicemente e miseramente umani. Hanno i loro difetti, vizi e imperfezioni, ma sono anche dei “giusti” che provano a creare un mondo migliore.

“L’eroe Sorkiniano” è un essere umano spesso intrattabile, pieno di dubbi, contraddittorio, che tuttavia, attraverso la sua professione, tenta di imporre l’idea di America in un ambiente ostile. La sua è spesso una missione impossibile: sa che probabilmente non ce la farà e nel migliore dei casi dovrà combattere per ogni millimetro, ma in ogni caso ci prova, partendo spesso da pensieri audaci e anticonformisti.

Il suo Steve Jobs, ad esempio, è un pessimo padre e un amico terribile, come lo era lo Steve Jobs reale, ma è anche colui che dice alla figlia un qualcosa di rivoluzionario: «ti metterò la musica in tasca». Una frase buttata lì, sul tetto di un edificio, ma che come sappiamo avrà delle implicazioni fortissime.

Atticus Fintch di To Kill a Mockingbird è l’ultimo eroe “sorkiniano” o meglio “sorkinizzato”, dato che è Harper Lee ad averlo creato. Però, il linguaggio del teatro è diverso da quello del cinema e della letteratura. Molte pagine e dialoghi del libro sono riportati fedelmente, ma alcuni passaggi vengono omessi e l’intreccio è leggermente diverso. Cosa più importante, l’adattamento si concentra su alcuni passaggi ritenuti fondamentali per gli Stati Uniti di oggi, che non sono più quelli del 1960.

Riadattare (per Sorkin) e riscoprire (per gli statunitensi) To Kill a Mockingbird vuol dire riempire la vicenda di significati e suggestioni che scaturiscono dal confronto con l’esperienza odierna.

Lo scontro con la realtà

Essendo l’ultimo eroe che l’autore porta davanti al pubblico, Finch è anche quello più maturo e problematico. Se i primi paladini di Sorkin, come i presidenti Shepherd e Bartlet, erano più ottimisti e riflettevano la sua convinzione che l’America, alla fine, avrebbe fatto la cosa giusta, gli ultimi suoi eroi si scontrano più di frequente con un paese che non vuole cambiare.

I membri della redazione di The Newsroom, ad esempio, sono sì «in missione per civilizzare», ma questo è un riferimento al Don Chisciotte, come molti altri nella serie. La verità, quindi, è che bisogna essere dei folli per pensare di riuscire a creare un mondo migliore e bisogna prepararsi a fallire miseramente e ad essere trattati da folli. Con Il buio oltre la Siepe, Sorkin va addirittura oltre.

Atticus Finch e l’ultimo Sorkin.

Il dramma, infatti, insiste molto sulla cecità del suo eroe, Atticus, che crede di poter salvare il suo cliente appellandosi alla “brava gente” di Maycomb.

Purtroppo, è circondato da persone che non sono brave per nulla, nonostante i suoi sforzi di essere rispettoso ed educato nei loro confronti e di trasmettere questi valori ai figli.

Atticus prova a spiegare i motivi del comportamento dei suoi compaesani: povertà, senso di inferiorità, malattia mentale, vecchiaia. In fondo, però, la risposta è solo una: essere razzisti porta sofferenza e morte, non importa quale giustificazione possa esserci alla base.

Infatti, alla fine, Maycomb (che è l’America), non farà la cosa giusta, anche di fronte all’evidenza incontrovertibile dei fatti,. Attraverso l’enfasi posta su alcuni passaggi della vicenda e su specifiche linee di dialogo, l’autore evidenzia che non ci si può più illudere di convertire tutti alla “giusta causa”.

È così che Sorkin rende ancora più attuale l’opera di Lee (che già di per sé parla ancora benissimo alla contemporaneità). Per gli americani, è l’ora chiudere con quel white liberalism lusinghiero, paternalistico e cerchiobottista, quell’idealismo stantio e irreale che cercava di aggirare i problemi. Riadattare To Kill a Mockingbird per l’oggi è anche, credo, un po’ un mea culpa da parte Sorkin.

Uno solo, contro la massa, può tentare di fare la differenza, ma è dura. Nel Buio oltre la Siepe, Atticus ha creduto che con le prove empiriche e il sostegno della ragione si potessero convincere immediatamente i propri “vicini”. Invece, il processo è lento, lentissimo e potrebbe durare anni, se non decenni. Nonostante alla fine del dramma rimanga un briciolo di speranza, che sta in una “resistenza” al sistema in attesa di tempi più propizi, Atticus fallisce.

Le suggestioni del presente.

Sorkin non ha nascosto che il riadattamento della vicenda di To Kill a Mockingbird derivi dalle pressioni del presente. Le dichiarazioni di Trump dopo gli eventi di Charlottesville, sul fatto che c’erano brave persone in entrambi gli schieramenti, sia tra gli antifascisti che tra i suprematisti bianchi, hanno ricordato all’autore le argomentazioni di Atticus: saranno pure razzisti, ma alla fine sono i nostri vicini, i nostri amici.

Atticus Finch può essere riletto come un eroe “sorkiniano” per il 2020, schiacciato dal peso di ciò che lo rende peculiare: la sua fiducia che l’idea di America sia realizzabile in maniera semplice, non contraddittoria, facendo il proprio mestiere e credendo nel sistema.

Le cose non sono così semplici, il sogno è lontano, il pessimismo avanza. Però, su una cosa l’autore, indurito dall’esperienza e dall’età, appare ancora sicuro: col cazzo che si smette di combattere.

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