Top 5 Cattivoni della storia statunitense

Cattivoni

Sono troppi. Più ci penso e più me ne vengono in mente di cattivoni. Non so quindi se i seguenti sono “i più cattivi”, ma sicuramente sono i maggiori esponenti di certe tendenze maligne nella storia americana, ma sopratutto sono coloro che metterei nel ruolo di antagonista se dovessi interpretare le vicende statunitensi come un grande romanzo. Cinque sono comunque pochi, ma ce li faremo bastare. Quindi: *circa* Top 5 dei cattivoni USA.

Intanto, Grazie a Luca Bertolani Azeredo che ha risposto con questa idea alla mia richiesta di consigli su Instagram. Ho pensato di proporvi anche un libro (non per forza un saggio) e un film per ogni personaggio, che magari durante questo periodo a casa possono tornare utili.

Alexander Hamilton

Dove e quando: New York, Rivoluzione Americana, fine ‘700.

Poteri: rafforzamento dell’esecutivo. Elitismo. Anti-democrazia. Monarchismo repubblicano (?). Aggressività caratteriale. Uccisione per asfissia provocata dalla sua parlantina estrema.

Ruoli: Maggior Generale (Guerra d’Indipendenza). Primo Segretario del Tesoro degli Stati Uniti. Pupillo di George Washington. Rompipalle e trollone in capo. Eroe Popolare (grazie al musical).

Oh mamma, perché mettere Hamilton tra i cattivi? Dopotutto è uno dei padri fondatori più celebri, soprattutto grazie al successo del musical di Lin-Manuel Miranda uscito nel 2015 (presto un film) che l’ha salvato dal dimenticatoio. Grazie al Musical, Hamilton è stato riscoperto e per il grande pubblico americano si è tramutato in un vero e proprio folk hero: Immigrato nelle colonie americane dall’isola di Nives, orfano proveniente da una famiglia povera, oppositore della schiavitù, ha tutte le caratteristiche per essere un uomo del popolo, che realizza il sogno americano scalando i ranghi del potere. Fu uno dei più grandi collaboratori di Washington e una volta diventato Segretario del Tesoro delineò il sistema economico statunitense centralizzato.

Hamilton può essere però letto anche in un altro modo, ovvero come un intransigente anti-democratico con manie autoritarie. Era infatti un elitista, oppositore della democrazia e favorevole ad un rafforzamento del potere esecutivo. Per lui, il nuovo governo avrebbe resistito alle influenze straniere, agli interessi particolari degli stati e all’ascesa dei demagoghi solo diventando più forte.

Dirà sempre di essere un sostenitore della repubblica, ma sarà accusato più volte di essere un monarchico. In effetti, egli intendeva rendere il nuovo governo il più simile possibile ad una monarchia, tanto era spaventato che la nuova repubblica americana potesse crollare senza un potere centrale forte. Inoltre, a differenza di altri, mal tollerava il dissenso della popolazione e le proteste di piazza, che considerava anticamera per l’emergere di demagoghi – i populisti – che avrebbero distrutto lo stato.

Hamilton era anche un gran chiacchierone: risulta controverso e contraddittorio anche perché diceva e scriveva tutto quello che gli veniva in mente. Egli, aggressivo nel porsi e molto dotato nella retorica, durante le riunioni di gabinetto non perdeva mai occasione per punzecchiare Thomas Jefferson, che a differenza sua aveva tendenze democratiche e un carattere schivo e introverso.

Jefferson, a sua volta, dipinse spesso Hamilton come un monarchico e un pericoloso anti-repubblicano: rimase scandalizzato quando Hamilton gli confessò che il suo personaggio storico preferito era Giulio Cesare, ovvero colui che era responsabile della fine della repubblica romana. (Probabilmente Hamilton scherzava e lo disse apposta per fare infuriare Jefferson che non aveva un gran senso dell’umorismo).

Ovviamente, tutto ciò non rende Hamilton un vero “cattivo”. Adoro quel matto di Alexander, ma c’è un motivo per cui è in questa classifica. Oggi prevale la tendenza a vederlo positivamente, tuttavia è più affascinante se si considerano anche le sue idee problematiche e le sue contraddizioni.

Infatti, Hamilton era ben consapevole di essersi inimicato molti suoi contemporanei, sia per le sue idee che per il suo carattere. Non era un segreto che alcuni lo considerassero un «irritante e arrogante stronzo», per usare le parole della storica Joanne B. Freeman. Ostinato e compiaciuto com’era del suo essere controtendenza, penso gli farebbe piacere essere considerato nuovamente come il “cattivo” della storia.

Libro: The Essential Hamilton: Letters & Other Writings: America’s Most Controversial Founder – In His Own Words a cura di Joanne B. Freeman.

Film: fino a quando non uscirà la trasposizione cinematografica, ascoltatevi l’album di Hamilton. An American Musical.

Alexander H. Stephens

Dove e Quando: Georgia, Stati del Sud, seconda metà dell’800.

Poteri: manto di rispettabilità e ragionevolezza che nasconde le ideologie più feroci. Grande abilità retorica. Suprematismo Bianco.

Ruoli: Rappresentante alla camera degli USA. Vicepresidente degli Stati Confederati d’America. Villain gentiluomo.

Cattivoni

È chi cavolo è sto cattivone? Iniziamo bene. Stephens fu il vicepresidente degli Stati Confederati d’America, il gruppo di stati del sud che si staccò dagli Stati Uniti nel 1861 a seguito dell’elezione di Lincoln, dando inizio alla Guerra Civile. Stephens fino al 1861 non sembrava il classico sudista estremista, anzi: ad un primo sguardo si potrebbe prestare ad una lettura apologetica. Uno potrebbe dire che certo, era un difensore della schiavitù, ma comunque fino all’ultimo tentò di preservare l’Unione con il nord e dopo la guerra ha rivisto anche le sue posizioni sullo schiavismo.

La vicenda di Stephens esemplifica le sorti di molti altri suoi compagni del sud: alla fine della guerra ce la misero tutta per consolidare una narrazione secondo la quale la secessione non c’entrava nulla con la schiavitù. Da queste bocche provenivano spesso affermazioni del tipo “Era per affermare i diritti degli stati!”; “Era per tutelarci contro i banchieri di Wall Street!”, “Era per preservare la nostra cultura cavalleresca!” Sembra tutto così ragionevole vero?

Peccato che Stephens fu proprio l’autore di uno dei documenti fondanti degli Stati Confederati, il Cornerstone Speech, che non aveva nulla di ragionevole e moderato; anzi, magari era lo standard per questi uomini ragionevoli e moderati. In esso, egli proclamò che la causa immediata della secessione era proprio la necessità di preservare la schiavitù degli africani. Stephens non fece un discorso come quello dei padri fondatori prima di lui, come Jefferson o Washington, che era ricco di giustificazioni, ipocrisie, autoassoluzioni e sensi di colpa sulla schiavitù spesso liquidata con un: “Ehi boh come la risolviamo che siamo creati liberi e uguali ma loro no non lo so facciamo finta di niente”.

Invece, Stephens andò proprio contro questa linea di pensiero, proclamando che la pietra angolare (cornerstone) degli Stati Confederati «poggia sulla grande verità che il negro non è uguale all’uomo bianco; che la schiavitù, subordinazione alla razza superiore, è la sua naturale e normale condizione». Egli continuava elogiando il nuovo governo, vantando che fosse il primo sulla terra basato su questa verità «fisica, filosofica e morale». Hitler scansati!

PS: non fatevi dire da nessuno che la Guerra Civile Americana non aveva a che fare con la schiavitù. Leggete le fonti.

Libro: La Guerra Civile Americana. Una nuova storia di Bruce Levine.

Film: Lincoln di Steven Spielberg.

Charles Lindbergh

Dove e quando: Minnesota. Stati Uniti d’America. Anni trenta.

Poteri: Aviazione. Grande capacità oratoria. Forza del «Hitler ha fatto anche cose buone». Antisemitismo.

Ruoli: Pilota dello Spirit of Saint Louis. Colonnello della riserva dell’aviazione americana. Onorato con la Croce di Servizio dell’Ordine dell’Aquila Tedesca (nazista). Membro e oratore dell’America First Commettee. Presidente degli Stati Uniti (solo in un romanzo, ma molti avrebbero voluto).

Charles A. Lindbergh era un pilota acrobatico e postale del Minnesota, che a venticinque anni volò da New York a Parigi sul suo monoplano in trenta ore e trenta minuti. La sua fu una vita complessa, toccata dal rapimento e dall’assassinio del figlio di appena venti mesi, ritrovato dieci settimane dopo l’accaduto.

Per sfuggire all’attenzione della stampa, Lindbergh e sua moglie si rifugiano in Inghilterra. Nel frattempo, egli svolse diverse visite nella Germania nazista, così da raccogliere informazioni sull’aviazione tedesca per l’esercito americano: sia lui che la moglie Anne, però, inizieranno a dimostrare una curiosa fascinazione per il nazismo e per Hitler, «un grand’uomo» il quale «ha fatto molto per il popolo tedesco». Nell’ottobre del 1938, riceverà da Göring la Corce di Servizio dell’Ordine dell’Aquila Tedesca, concessa agli stranieri per i servizi prestati alla Germania nazista. Il medaglione, con quattro piccole svastiche, verrà conferito anche ad un altro americano, Henry Ford, che oltre ad essere il fondatore della famosa casa automobilistica era un convinto antisemita.

Anche Lindbergh era un razzista e un antisemita: scriveva che l’America doveva tutelarsi dalle razze inferiori e in particolare dagli Ebrei, che in posti come New York erano decisamente troppi. Lindbergh era un sostenitore della teoria del complotto ebraico: grazie alla propaganda e al controllo della minoranza ebraica sui maggiori centri di comunicazione, gli USA sarebbero stati trascinati in una guerra che non li riguardava.

Finì che Lindbergh prese parte alla fondazione dell’America First Commettee, un’associazione di estrema destra con simpatie e infiltrazioni naziste che faceva propaganda contro l’amministrazione Roosevelt e contro l’intervento in guerra. Lindbergh divenne il volto pubblico dell’associazione, il suo oratore più celebre durante i raduni. Il senatore repubblicano William E. Borah lo incoraggia a candidarsi alla presidenza e prima di un suo discorso viene addirittura accolto come il «nostro futuro presidente».

Tuttavia Lindbergh non si candidò mai e dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor, cadde in disgrazia e le sue teorie furono screditate. Non fu quindi così pericoloso, ma aveva il potenziale per esserlo, l’utile idiota portabandiera di un coacervo di razzismo, antisemitismo e simpatie filo-naziste che era reale negli Stati Uniti di fine anni trenta. Per dire, non era estremo come Fritz Kuhn, “L’Hitler Americano”, ma era quel volto affascinante, presentabile e confortante che effettivamente poteva avere una certa presa senza allarmare troppo i benpensanti. Questi cattivoni che non lo sembrano sono spesso più pericolosi.

L’autore Philp Roth capì le potenzialità, sia reali che narrative, del personaggio: nel suo romanzo di storia alternativa Il complotto contro l’America lo fa diventare proprio Presidente degli Stati Uniti. Lindbergh sconfigge Roosevelt alle elezione e da via a programmi discriminatori contro gli ebrei e di appeasement verso la Germania. In fondo, Roth vuole dimostrare che gli USA non erano assolutamente immuni all’antisemitismo e alla retorica nazista: Liendbergh era solo la facciata e bastava solo un passo falso nella direzione sbagliata per portare gli USA in una direzione totalmente diversa.

Libro: Il complotto contro l’America di Philip Roth (sta per uscire anche una serie sulla HBO).

Film: A Night at the Garden (corto d’epoca sui nazi americani, quelli seri).

Richard Nixon

Dove e Quando: Seconda metà del novecento. California, Washington D.C. Coruscant, Palazzo imperiale.

Poteri: repressione politica. Corruzione. Operazioni illegali e segrete. Pioggia di bombe sulla Cambogia. Poteri occulti. Linea diretta con Satana. Zizzania razziale.

Ruoli: Senatore per la California. Vicepresidente degli Stati Uniti d’America (1953-1961), Presidente degli Stati Uniti d’America (1969-1974). Tricky Dick. Bombardatore in capo. Imperatore Galattico.

Cattivoni

Richard Nixon è il presidente malvagio per eccellenza. Con le sue macchinazioni sia in politica estera che interna ha dato vita ad una “Presidenza Imperiale”, se si vuole usare la dicitura dello storico Arthur M. Schlesinger jr. Sarò sincero: non ce l’ho mai fatta a vedere Nixon come uno dei grandi cattivoni. Per quanto corrotto, spregiudicato, ambizioso, manovratore, ingannatore e razzista, alla fine si è dimesso quando ha capito di avere perso e di essere destinato all’impeachment. Le istituzioni hanno retto.

Però non può mancare in una classifica del genere, perché altrimenti avrei dovuto spiegare necessariamente perché Nixon non c’era, ma soprattutto perché egli ha preparato il terreno per un modo di fare politica aberrante. Nixon ha dimostrato tutti i pericoli insiti in una potere esecutivo esercitato senza controllo, che faceva ampio ricorso alla corruzione, alle minacce e allo spionaggio, il tutto coordinato dallo studio ovale. Inoltre, ha iniziato la strategia sudista, sfruttando la paura e l’ansia razzista dei bianchi per portare il sud degli USA dalla parte dei repubblicani, mentre con i suoi motti di “legge e ordine” e “maggioranza silenziosa” implicava una repressione delle istanze sociali più progressiste e uno stigma su coloro che chiedevano più diritti e più possibilità economiche; per non parlare delle covert operations all’estero, dell’allargamento del conflitto in Indocina e dell’interferenza in governi democraticamente eletti.

Dopo la presidenza, si è ricostruito una carriera grazie ad interviste da milioni di dollari. In una di queste ha affermato che qualsiasi cosa faccia il presidente, in virtù del fatto che è stato proprio il presidente a farla, non è illegale. Ricordo però che sono sempre restio a caricare di significati esagerati la figura di Nixon, spesso amplificato dalle narrazioni che ha in molte opere della cultura di massa, come ho già raccontato qui.

Libro: La Nostra Gang, di Philip Roth (ancora lui).

Film: Frost/Nixon di Ron Howard.

Dick Cheney

Dove e quando: 1975-2009. Wyoming. Washington D.C.

Poteri: silenzio. Ghigno perforante. Superintelligenza. Iraq-mania. Ad ogni infarto ritorna più forte e più potente di quanto possiamo immaginare. «Neocons Assembled!»

Ruolo: Chief of staff del Presidente (1975-1977). Rappresentante per il Wyoming (1979-1989). Segretario della Difesa (1989-1993). Eminenza Grigia. CEO della Halliburton (1995-2000). Vicepresidente degli Stati Uniti d’America (2001-2009). Supreme Demon in Chief.

Cattivoni

Eccolo, finalmente. L’eminenza grigia, la figura che ha unito le varie correnti repubblicane dietro all’amministrazione Bush e probabilmente, il coordinatore dei vari conservatorismi a cavallo tra il ventesimo e il ventunesimo secolo. La cosa affascinante di Cheney e che gli si possono attribuire tante etichette politiche e ideologiche, ma nessuna sembra calzargli troppo bene.

Oratore poco abile e personalità pubblica poco attraente, rimase sempre dietro le linee e agì da una parte per tutelare gli interessi economici a cui era legato (l’industria del petrolio) e dall’altra per promuovere le tendenze politiche che si saldavano a questi interessi, come quelle dei Dark Avengers per eccellenza: i Neoconservatori *tuoni e fulmini*. Come per il caso di Nixon, il ruolo di Cheney è spesso esagerato, ma rimane centrale negli sforzi dei repubblicani per ridefinire la politica estera sia prima che dopo l’11 settembre.

Cheney Non ha iniziato la sua carriera dagli estremi del partito, come hanno fatto gli ideologi neoconservatori, e non era nemmeno un reaganiano della prima ora. Invece, fu capo di Gabinetto del presidente Gerald R. Ford, moderato e avversario di Reagan, per poi diventare Segretario della Difesa sotto un altro repubblicano pragmatico, Bush Sr.

Durante il mandato di quest’ultimo, con la Prima Guerra del Golfo, Cheney ebbe occasione di posare gli occhi per la prima volta sul grande bottino: l’Iraq. Intanto, il futuro vicepresidente coltivava rapporti politici con altri cattivoni repubblicani: sia pragmatico-egemonisti come lui (Donald Rumsfeld, Condoleezza Rice), sia i cattivoni neoconoservatori, assieme ai quali nel 1997 firmò la dichiarazione di principi del Project for the New American Century, nella quale ci si augurava una nuova «politica reaganiana di potere militare e lucidità morale».

A fine anni novanta, si stava quasi per ritirare dalla vita politica, ma George W. Bush gli chiese di essere il suo candidato alla vicepresidenza. Fu l’occasione per mettere in pratica tutto ciò che aveva sempre sostenuto, ovvero un rafforzamento della presidenza e una “messa in sicurezza” (wink-wink) delle risorse economiche petrolifere del golfo persico.

Libro: America Senza Freni. La rivoluzione di Bush di Ivo H. Daalder, James M. Lindsay.

Film: Vice di Adam McKay.

Spero che questa Top 5 vi sia piaciuta. Come avete notato, ho posto un veto sui cattivoni dell’amministrazione Trump, altrimenti ciao, bisognava fare un articolo apposta per loro. Magari avete scoperto qualche personaggio che non conoscevate, magari no: quale sarebbe la vostra lista dei Top 5 cattivoni USA?

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