Top 5: dibattiti presidenziali per le primarie #DebateWeek

Primarie

Tempo di lettura: 10′

I dibattiti tra i vari candidati per le primarie di un partito, come quelli di questa settimana, possono essere più importanti dei dibattiti presidenziali che si tengono nei giorni precedenti alle elezioni. Questo perché molti elettori non hanno ancora un’idea precisa su chi siano i candidati e ricercano più attentamente le sfumature ideologiche e di personalità.

Bando alle premesse (che trovate qui), ecco i cinque momenti che ho selezionato dalla storia dei dibattiti presidenziali intra-partito. Regole: non sono in ordine di importanza o interesse e per ognuno vi lascio un breve estratto video del momento significativo.

1. Dibattito Democratico dell’11 marzo 1984. «Where’s the beef?»

Durante questo dibattito, svoltosi in piena corsa per le primarie, vi fu un battibecco tra il il giovane Senatore del Colorado, l’outsider Gary Hart, e il Senatore Walter Mondale.

Dopo che Hart espose in maniera generica le sue idee per l’imprenditorialità nel Sud, Mondale rispose con una battuta che probabilmente si era già preparato a casa: «Quando ascolto le tue “nuove idee” mi viene in mente quella pubblicità che fa: Where’s the beef?”».

Mondale faceva riferimento ad una serie di spot molto divertenti della catena di fast food Wendy’s: egli utilizza il tormentone pubblicitario per chiedere dov’è “la ciccia” (beef), la sostanza, nelle idee di Hart. 

Perché ci interessa?

Perché in un contesto dove gli spettatori sono più politicizzati e interessati ad identificare un candidato forte, sembrare quello “esperto” può fare la differenza. Se poi ci aggiungi una battuta tanto meglio, dimostri che sei superiore ai tuoi avversari. La risata del pubblico è tutta per Mondale, come se fosse uno stand-up (o meglio, sit-down) comedian. Infine, egli dimostrò anche di essere vicino al popolo citando un famoso tormentone pubblicitario.

Egli stava dicendo che Hart non proponeva una vera alternativa, era “tutto fumo e niente arrosto” (beef…capit?). Piuttosto di uno così, faceva intendere Mondale, era meglio puntare sull’usato sicuro.

Mondale era stato vicepresidente, era un senatore importante e giocava a suo favore la carta di insider del partito a cui dovrebbe spettare di diritto la nomination…che infatti ottenne. 

2. Dibattito Repubblicano del 23 febbraio 1980: «I’m paying for this microphone mr Green!».

Questo dibattito fu organizzato con i soldi della campagna elettorale di Ronald Reagan e doveva essere solo tra lui e George H. W. Bush (poi “Bush padre”), l’altro candidato forte del momento. Solo che Reagan, senza informare la campagna di Bush, invitò a partecipare gli altri candidati repubblicani.

Quando Reagan prese la parola iniziò a dire che anche loro avevano diritto di dibattere e lì invitò sul palco, mentre Bush guardava il tutto stordito.

Poiché questi non erano i piani, il moderatore chiese che il microfono di Reagan venisse spento e ciò scatenò la reazione di quest’ultimo che tuonò: «I am paying for this microphone, Mr. Green!». Ovazione, pubblico in delirio, Reagan aveva vinto ancora prima di iniziare. 

Perché ci interessa?

Perché Reagan è il “miglior candidato televisivo della storia” e qui lo dimostra: prima fa la sceneggiata, studiata nel dettaglio, difendendo il diritto di dibattere degli altri, presentandosi come paladino della libertà contro un Bush inerte e un po’ rintronato; poi, per difendere i suoi principi, risponde con forza e decisione a chi vuole negare anche a lui la libertà di parola, rafforzata dal fatto che lui ha pagato, che esercita un diritto su una sua proprietà.

Libertà per gli altri, libertà per se stessi, libertà grazie al denaro, forza decisionale: tutto in una sola risposta. 

Dibattiti Repubblicani di Agosto-gennaio 2015: Il “Kid’s Table Debate”

primarie

Qui non c’è molto da dire per quanto riguarda i candidati e la retorica, ma non potevo tralasciare questa serie di episodi veramente imbarazzante.

Il 6 agosto 2015 ci fu il primo dibattito presidenziale in vista delle primarie repubblicane, ospitato da Fox News, dalla durata di due ore e con tutti i candidati forti nei sondaggi: Ted Cruz, Jeb Bush, Donald Trump, eccetera.

Più tardi, fu tenuto un altro dibattito, stavolta di un’ora, che raggruppava sette candidati meno quotati e che ovviamente non interessavano a nessuno. Divenne una barzelletta già prima che andasse in onda e diventò noto come “l’altro dibattito”, “il dibattito di consolazione”, “il dibattito del tavolo dei bimbi”, “l’Happy Hour debate”. Però, le regole non furono cambiate e il formato venne mantenuto per tutti i successivi appuntamenti. 

Perché ci interessa?

Per capire che anche le questioni “pratiche” contano: intenzionalmente o meno, il Partito Repubblicano, CNN e Fox News hanno rimarcato una linea di esclusione, relegando i candidati meno quotati ad una presenza simbolica e umiliante. Hanno decretato già da subito la loro sconfitta alle primarie, senza dare loro la possibilità di confrontarsi con i pezzi grossi. Questo ci invita a riflettere ancora di più sul ruolo dei media come…ehm, mediatori, appunto.

Dibattito Democratico del 15 marzo 1992: «I feel sorry for Jerry Brown».

In questo dibattito tra i candidati democratici, la stampa e le televisioni dovettero festeggiare tanto, perché vi fu un aspro litigio in diretta tra i candidati Jerry Brown e Bill Clinton: i litigi significano repliche, ascolti e qualcosa di succoso di cui parlare tutto il giorno sui canali di News H24.

Brown attaccò Clinton con l’accusa che lo studio legale di sua moglie Hillary avrebbe ricevuto favori da parte dello stato di cui Clinton era governatore, l’Arkansas. Brown usò parole come “corruzione” e “conflitto di interessi”, ma Clinton rispose con una combinazione efficace.

Con un linguaggio corporeo più rilassato di quello di Brown, che irrigidito continuava a puntargli l’indice contro in maniera aggressiva, Clinton giocò il ruolo della vittima e trattò Brown come uno sclerato che tira in ballo la famiglia per minare la sua candidatura.  

Perché ci interessa?

Perché Bill Clinton è un altro campione di retorica e di linguaggio corporeo ed è ancora un esempio per molti. Qui gioca benissimo le sue abilità: riesce a fare la vittima senza apparire debole e riesce a neutralizzare l’attacco mettendo in dubbio la sua legittimità.

Brown qui è il “cattivo”, mentre Clinton è l’agente di cambiamento contro un’establishment devoto ai “vecchi trucchetti” a cui lui non si sottopone. Clinton deride l’avversario e lo tratta come una nullità, una relitto di un vecchio modo di fare politica: «I feel sorry for Jerry Brown» afferma come prima cosa. 

Dibattito democratico del 5 Gennaio 2008: «You’re likable enough, Hillary».

primarie

A tre giorni dalle primarie del New Hampshire si tenne in questo stato un dibattito tra i quattro candidati democratici più quotati.

Sembrava che Hillary Clinton stesse vacillando sotto gli attacchi anti-establishment di Barack Obama e John Edwards, ma lei ne approfittò per opporre loro il suo profilo da pragmatica, realista e devota al “duro lavoro”.

Infine, le venne chiesto se reputava un problema che gli elettori non la considerassero “likeable” (simpatica/piacevole) come Obama: lei rispose ironicamente «Beh, questo ferisce i miei sentimenti…ma cercherò di farmene una ragione» (ovvero «chissenefrega»), scatenando le risate dal pubblico.

Ammise poi, ridacchiando, che Obama era «very likeable» ma che anche lei stessa non credeva di essere così malaccio. Ciò provocò una risposta pessima e accondiscendente da parte del futuro presidente: «you are likeable enough, Hillary», del tipo “sei piacevole quanto basta, ma non come me”. 

Perché ci interessa?

Perché Hillary Clinton qui se la giocò benissimo, rischiando la faccia e intrappolando Obama grazie all’ironia, strumento che ancora una volta venne in aiuto ad un candidato. Questo episodio, a mio parere, insegna che spesso è meglio essere diretti e menefreghisti piuttosto che ricercare il consenso piegandosi alla “likeabilità“.

Fu una mossa pericolosa, perché Hillary non coccolò gli elettori ma anzi, diceva loro che non le interessava quello che pensavano. Però, la scommessa fu vinta: questo atteggiamento ironico e sprezzante non sembrò turbare molti elettori del New Hampshire e Hillary vinse queste primarie superando Obama del 3%.

Questo dibattito definì la candidatura di Clinton come quella di un “dura” che non si fa mettere i piedi in testa, caratterizzandola in maniera netta. Certo, alla fine perse contro Obama, ma furono delle primarie incerte e combattute fino alla fine, anche perché lei aveva ben delineato il confine del suo personaggio: “questa sono io, prendere o lasciare”. 

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: