Top 5: dibattiti presidenziali “finali” #DebateWeek

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Dopo avervi proposto 5 momenti dai “dibattiti di riscaldamento” delle primarie, dove succede un po’ di tutto, andiamo diretti alla fine della storia, ai dibattiti tra i due candidati dei partiti opposti (i Presidential Nomenee), che chiamerò “finali” per comodità.

A questi confronti viene attribuito spesso il potere di cambiare la mente dell’elettore: chi vince o perde i dibatti, spesso si dice, vincerà o perderà anche l’elezione di novembre.

In realtà, le cose non sono così automatiche. Anche se possiamo rilevare cali o aumenti di consensi, all’inizio di ottobre gli elettori hanno già deciso se andranno a votare a novembre e per chi andranno a votare. I dibattiti presidenziali sono vissuti più come una partita, per vedere come se la cava sotto stress il propri campione.

Però, possiamo comunque isolare alcuni momenti particolari e vedere le strategie che i candidati e i media mettono in gioco per creare questo grande show televisivo americano, che coinvolge decine di milioni di telespettatori.

Ecco la mia top 5 dei momenti più significativi, in ordine sparso e con un riferimento video perché sennò non ha senso. 

1. Nixon v. Kennedy – 1960, prima prova. 

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Il primo dibattito presidenziale televisivo tra un candidato Repubblicano e Democratico si tenne a Chicago, il 26 settembre 1960. Assistettero circa 70 milioni di telespettatori. 

La vulgata comune vuole Kennedy come “vincitore” sul più insicuro e inadatto Nixon. In verità, il dibattito fu più una sconfitta di Nixon per motivi contingenti che una vittoria di Kennedy: entrambi i candidati articolarono molto bene le loro posizioni, così come mostrarono momenti di nervosismo in egual misura.

Nixon però, fu penalizzato dal fatto che era appena stato dimesso dall’ospedale a causa di un infezione renale: nel dibattito appariva stanco, sfuggite, esitante e sopratutto sudato.

Però, alcuni errori poteva evitarseli: aveva rifiutato il trucco televisivo e appariva pallido e provato, mentre il suo completo grigio si confondeva con l’ambiente dello studio… immaginate cosa poteva essere per una tv in bianco e nero dell’epoca.

Comunque, il leggero vantaggio di Kennedy può aver contribuito alla sua vittoria, di una percentuale minima, alle elezioni generali.

Non ci sono momenti particolarmente significativi dal punto di vista del dibattito in sé, divertitevi a scrollare in avanti e indietro per vedere se con gli occhi di oggi Nixon vi convince di più.

Perché ci interessa? 

Perché rappresentò il punto di svolta del rapporto di tra televisione americana e politica: la TV era utilizzata dalle campagne per vedere il loro candidato, mentre le TV utilizzavano i candidati, i politici per creare spettacolo. Il dibattito è il picco di questo processo. Si arrivò ad una spettacolarizzazione della politica e ad una cultura dell’immagine televisiva del politico che crebbe sempre di più nei decenni successivi. In quest’ottica, le difficoltà e le ingenuità di Nixon nella preparazione al dibattito vennero esagerate e considerate come degli errori madornali, irripetibili per i curatori d’immagine dei decenni successivi. 

2. Carter v. Ford – 1976, i media mediano

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Nel 1976, dopo 16 anni di pausa, ritornarono dibattiti presidenziali televisivi e da lì la tradizione rimase ininterrotta fino ad oggi. Il secondo dibattito di quell’anno vide il Presidente uscente Gerald Ford confrontarsi con il candidato democratico Jimmy Carter.

Il dibattito del 6 ottobre 1980 è importante non tanto per il confronto in sé ma per quello che venne dopo. Inizialmente i sondaggi mostrarono che Ford “vinse” con il 44% contro il 35% di Carter. Tuttavia, il giorno dopo, i giornali si concentrarono sulla seguente affermazione di Ford: «non esiste una dominazione sovietica nell’Europa dell’Est». Quando tutti sottolinearono la falsità dell’affermazione, Carter fu percepito come il vincitore del dibattito dal 61% degli intervistati.

Perché ci interessa? 

Questo episodio mostra in maniera palese il ruolo dei giornali e delle televisioni nell’indirizzare l’attenzione su aspetti che altrimenti sarebbero stati tralasciati dal pubblico. Almeno in questo caso si trattava di una questione abbastanza importante e concreta, che non era stata colta dalla maggioranza degli americani, nonostante lo stupore del moderatore durante il dibattito.

3. Reagan v. Carter – 1980 Eccolo di nuovo. 

Questo è uno dei dibattiti presidenziali più “leggendari” e alcuni studi mostrano come, in effetti, possa aver influito in maniera decisiva sul risultato finale.

Il Presidente Carter fece una gran figuraccia, sia a causa delle sue mancanze sia per la superiore abilità di Reagan nel gestire un confronto televisivo. Il suo attacco verso le politiche Reagan fu dismesso da quest’ultimo con una semplice frase passata alla storia: «There you go again», che all’epoca suonava come: «eccoti Carter, sei sempre il solito con le tue calunnie»

Perché ci interessa? 

Perché Reagan, ancora una volta, stabilì un canone di comportamento televisivo. Il There you go again, pronunciato in maniera calma con il suo tipico sorriso, non solo fu una risposta pronta contro Carter: quel “again” è fondamentale, perché Reagan sfruttò l’immagine negativa che il Presidente si era creato per tutta la campagna elettorale, again and again.

Carter attaccava in continuazione Reagan sulle sue politiche, ma non sembrava mai proporre un alternativa valida di rinascita per l’America ed era visto spesso come ingiusto, rancoroso emean”, semplicemente cattivo. Il capolavoro comunicativo di Reagan fu questo: sfruttare le deficienze di immagine del suo avversario rivoltandogliele contro utilizzando solo quattro parole.

4. Bush v. Clinton v. Perot – 1992, il terzo incomodo 

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Ricordate quando vi ho detto che i dibattiti presidenziali includono sempre i due candidati dei partiti opposti?

Beh nei tre dibattiti presidenziali del 1992 era presente anche un terzo, il miliardario texano Ross Perot, candidato come indipendente. Ha potuto partecipare al dibattito assieme a Bush papà e Clinton perché superava il 15% nei sondaggi sulle preferenze di voto.

George H. W. Bush era il presidente uscente che doveva difendere la sua eredità di fronte a due candidati più telegenici di lui. Bill Clinton che coglieva ogni occasione buona per empatizzare con il pubblico e Ross Perot (non proprio telegenico ma molto caratterizzato) che cercava di spararla sempre più grossa per attirare l’attenzione.

30 secondi di “Ross Perot Show” per capire chi era questo ometto abbastanza simpatico.

Perché ci interessa? 

Questi tre dibattiti, presi assieme, furono una tappa significativa perché si interrompeva quel botta e risposta che fino ad allora caratterizzava i dibatti presidenziali, un format che era facilmente sfruttabile mediatamente, dato che era (ed è) assimilabile ad uno scontro tra due lottatori.

Un terzo elemento rompeva il meccanismo e ciò e fu una sfida notevole per le televisioni, ma anche per i candidati presidenziali. Infatti, con tre contendenti in gara il meno brillante può rimanere schiacciato dagli altri due e nessuno si ricorderà di lui. In alcuni momenti, questo sembrò il destino per George H. W. Bush… che poi perse anche in sede elettorale, anche se non malamente come Perot, che però il suo segno “mediatico” lo lasciò.

5. Trump v. Clinton – 2016, Donna cattiva.

L’erede definitivo del momento «There you go again» di Reagan credo sia quando Trump interruppe Hillary Clinton, la quale, intenta in un verboso discorso, ad un certo punto lanciò una frecciatina a Trump sul fatto non pagasse le tesse. Lui, tranquillo, ribatté in maniera derisoria: «Such a nasty Woman», ovvero «che donna cattiva».

Trump è sempre stato, dal “Make America Great Again” alla grande presenza televisiva, un’esagerazione tragicomica e oscena di Reagan. In questo caso, Trump giocava sullo stesso piano con cui Reagan derise Carter 36 anni prima: “sei cattiva/o, non piaci a nessuno, taci.” Hillary pensava di essere più brava di lui negli attacchi a sorpresa, ma si sbagliava.

Perché ci interessa?

Per i motivi che ho appena detto sulla bravura di Trump nello sfruttare l’ambiente televisivo, anche il più ostile, ma sopratutto perché ci mostra come una naturale irriverenza possa neutralizzare qualsiasi argomento. Nessuno si ricorda che cosa disse Hillary Clinton (che fece finta di non accorgersi di nulla) e nessuno la guardò più dopo il “Nasty Woman“. Favorito anche dallo schermo diviso per mostrare i candidati in contemporanea, tutti gli occhi, anche quelli democratici, erano e sono puntati su Trump.

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