Via Col Vento e la causa persa del Sud

Come forse avete già letto, la nuova piattaforma di streaming HBO Max ha deciso di rimuovere temporaneamente Via col Vento dal suo catalogo, a causa dei suoi contenuti razzisti. Un portavoce di HBO ha dichiarato che il film tornerà disponibile con «una discussione del suo contesto storico e una denuncia di quelle descrizioni», ma non verrà tagliato o modificato perché «sarebbe come sostenere che quei pregiudizi non sono mai esistiti».

La decisione è stata presa dopo la segnalazione di uno degli sceneggiatori del film 12 anni schiavo, che echeggia un dibattito presente già da tempo su questa pellicola, ma che è stato amplificato dalle proteste negli Stati Uniti e nel mondo a seguito della morte di George Floyd.

A prescindere dalle intenzioni e dalle valutazioni di HBO Max, non c’è nulla di male ad aprire una discussione sui contenuti di Via col Vento. Anzi, questo è un film importantissimo per la cultura di massa statunitense e deve essere preso sul serio.

La trama di Via col Vento in breve.

Gone with the Wind è un film del 1939 tratto dal romanzo omonimo di Margaret Mitchell. Narra la storia di Rossella O’Hara (Vivien Leigh), figlia di un grande latifondista della Georgia, e segue le sue vicende prima, durante e dopo la Guerra Civile Americana (1861-1865), che oppone gli Stati del Nord a quelli del Sud (di cui la Georgia fa parte). La famiglia O’Hara possiede una piantagione, Tara, e degli schiavi. Dopo una fuga dalla città di Atlanta sotto assedio, la prima parte termina con il ritorno di Rossella a Tara, la sua vecchia piantagione un tempo idilliaca ma ora devastata e razziata.

La Guerra è praticamente finita e Rossella giura di rimettere in sesto Tara col poco che possiede. La seconda parte, narra infatti delle peripezie (e delle furberie) di Rossella per ricostruire Tara e la sua reputazione, assieme agli ex schiavi ancora fedeli alla sua famiglia. Intanto, continua la sua storia d’amore con Rhett Butler (Clark Gable), un gentiluomo-canaglia che aveva previsto la sconfitta sudista già all’inizio del film e che aveva aiutato Rossella a fuggire da Atlanta. I due si sposeranno e avranno una figlia, ma le cose non andranno troppo bene e prima della fine subentreranno altri drammi.

Perché Via col Vento è un capolavoro?

Via col Vento è un bimbo cresciuto, un filmone che sa il fatto suo e che non ha bisogno di essere difeso a spada tratta e giustificato più di tanto, per i motivi che vi spiego ora.

Rimane ad oggi il film che ha incassato di più nella storia del cinema (correzione col tasso di inflazione), ed è indubbiamente un capolavoro: per l’utilizzo espressionista dei colori e delle ombre, per il modo in cui le scenografie e le musiche descrivono e i riflettono i drammi dei personaggi; per i suoi campi lunghi, le vaste ambientazioni e la solennità delle inquadrature; per i dialoghi al contempo così patetici e iconici da riuscire a parlare a tutti.

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Insomma, la pellicola è riuscita a riassumere e ad amplificare, tramite una struttura melodrammatica e delle immagini evocative, temi indispensabili per l’America che usciva dalla Grande Depressione. In Via col Vento troviamo la nostalgia per il passato, l’attaccamento alla terra e alla casa, l’angoscia della della separazione e della migrazione, la fame e la disperazione, il duro lavoro e il riscatto sociale.

Al contempo, ha riassunto anche l’irruente e totalizzante immaginario dell’Hollywood classica, proiettando i problemi reali degli americani in un universo colorato di evasione e di intrattenimento. Questo mondo era personificato dal produttore-demiurgo dell’opera, David O. Selznick, che ha voluto parlare con la pellicola ad un pubblico più ampio possibile. Via col Vento è dunque il padre di tutti i Kolossal, di tutti i blockbuster. 

Per tutti questi motivi, Via col Vento rimane un capolavoro: è il film in cui gli americani si sono specchiati, e il tramite attraverso il quale si sono ripresentati al mondo all’alba della Seconda Guerra Mondiale. Non solo, quando è arrivato (o tornato) nei cinema europei dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha fatto desiderare a tutti di essere americani.

Ecco un piccolo aneddoto personale che testimonia l’influenza del film. Via Col Vento è parte della mia famiglia da tantissimo tempo: è la ragione per cui ho una zia che si chiama Rossella, come la protagonista. Probabilmente è ancora il film preferito di sua madre, Zia Erminia, 105 anni, che racconta sempre di quante volte l’abbia rivisto al cinema. Casa, guerra, separazione, fame, riscatto… erano tutti elementi presenti nell’opera che avevano un significato molto forte per i nostri avi, che hanno dovuto ricostruire un paese a pezzi. Avrà pure toccato qualche tasto, no? 

Via Col Vento è “Figlio del suo tempo”?

Via col Vento, a molti spettatori europei, ma anche statunitensi (bianchi) poteva apparire politicamente e storicamente neutrale. Vi furono diverse critiche al film da parte di esponenti della comunità afroamericana dopo la sua uscita, testimonianza di una memoria divisa sugli eventi che narrava.

Infatti, il film perpetuava un insieme di interpretazioni storico-ideologiche errate sul sud degli Stati Uniti, sulla Guerra Civile Americana, sulla successiva Ricostruzione e sulle race relations. Inconsapevole o meno di ciò, Via col Vento si fece portatore di questo agglomerato di idee che viene identificato come “Lost Cause”, la Causa Persa. E qui apriamo una grande parentesi.

Cos’è la Causa Persa? 

La Causa Persa è un insieme di teorie pseudo storiche, di stampo nostalgico, vittimista e in un certo senso nazionalista. Costruita da coloro che avevano combattuto per la causa confederata, venne accolta paradossalmente anche dai bianchi del nord, diventando la lente attraverso la quale generazioni di americani hanno letto — e molti continuano a leggere — la Guerra civile Americana.

Questo amalgama di idee, che non è da intendersi in maniera monolitica nonostante le mie necessarie semplificazioni, ebbe origine nelle riletture di parte sudista delle cause del conflitto, per poi diramarsi anche in libri scolastici, romanzi, celebrazioni pubbliche, rievocazioni e associazioni. Anche i simboli, come i monumenti che onorano la causa degli schiavisti e la bandiera confederata esposta in luoghi pubblici, fanno parte del complesso della Lost Cause.

In sintesi, la Causa Persa poggia su tre interpretazioni principali. 

  • Prima della Guerra Civile, vi era un mitico Old South dove schiavo e padrone vivevano in pace e in simbiosi, una società fatta di gentiluomini sofisticati, di dame cortesi e di schiavi felici di lavorare nelle vaste piantagioni. Il senso dell’onore e la tradizione militare erano parte integrante di questo “Regno del Cotone”. 
  • Gli stati del Sud si sono separati dall’Unione non per difendere la schiavitù, ma per tutelare i loro “diritti di stati” e la loro civiltà cristiana, agraria e cavalleresca, contro gli abusi politico-economici del nord. Tutto questo avrebbe portato alla Guerra Civile — per alcuni addirittura “Guerra dell’aggressione nordista”. La vittoria del nord era inevitabile per la sua superiorità in fatto di uomini e mezzi (non per il loro valore militare), ma ciò rese lo sforzo sudista ancora più eroico, esemplificato da figure di grandi generali come Robert E. Lee. 
  • Il nord vincitore impose una pace punitiva al sud, dove portò violenza e corruzione: i neri emancipati sarebbero stati incapaci di gestire il peso della libertà, manovrati dai repubblicani e dai carpetbagger, nordisti senza scrupoli attirati a sud per sfruttare a proprio vantaggio la nuova situazione di caos. Gruppi di difensori della legge e dell’ordine come il Ku Klux Klan si ersero a difesa dei bianchi. Da tutelare erano soprattutto le donne, che da grandi sostenitrici della causa confederata erano diventate vittime di stupri da parte degli ex-schiavi e dei loro istinti bestiali. 

I primi due punti rappresentano il fulcro della Lost Cause, da cui si è fatto derivare il terzo. Gli assunti qui presenti sono per la maggior parte falsi e strumentali, come gli studi sulla Guerra Civile dell’ultimo quarantennio hanno dimostrato.

Cosa ci dicono gli studi storici? 

  • Il Sud prima della guerra non era un mitico paradiso rurale. La brutalità della schiavitù era una realtà di tutti i giorni e gruppi di schiavi vi si ribellavano ciclicamente e molti fuggivano. Lungi dall’essere vista come una scomoda circostanza, la schiavitù fu difesa in maniera energica da politici e intellettuali sudisti, soprattutto a partire dagli anni venti dell’ottocento. Giustificazioni razziali, religiose ed economiche daranno vita ad un’ideologia organica condivisa pressoché in tutto il sud. Essa si tradurrà in provvedimenti legali e battaglie congressuali per trincerare l’istituzione da un eventuale smantellamento. 
  • La secessione degli stati del Sud, riuniti negli Stati Confederati d’America, avvenne per difendere la società schiavile, come i dibattiti parlamentari interni, le dichiarazioni dei vari leader e le carte ufficiali dimostrano. Le truppe del sud requisirono tutte le strutture federali e attaccarono Fort Sumter, di fronte al porto di Charleston, sparando il primo colpo. Il Sud era in una posizione di vantaggio inizialmente: doveva solo difendere il suo territorio, combattere in casa sua; fu chiaro solo alla fine del 1863 che il nord avrebbe probabilmente vinto la guerra.
  • Certamente, quando le truppe unioniste invasero il sud, diversi territori furono razziati contemporaneamente alla liberazione degli schiavi. Questo però avveniva nel contesto della guerra; quando essa finì, il nord lasciò un numero esiguo di truppe che non aveva un controllo capillare sul territorio. Nel 1866 vi erano circa quarantamila soldati nei vasti territori occupati — l’esercito unionista al suo picco ne contava circa un milione — e il numero continuò a declinare fino a dimezzarsi. Inoltre, la realtà della ricostruzione era un altra e aveva poco a che vedere con quella narrata nella memorialistica sudista.
Guerra Civile
Gli stati del sud e i loro territori all’alba della guerra civile

La “Ricostruzione”

Le disposizioni passate dai repubblicani radicali al congresso inclusero nuove leggi per i diritti civili e tre nuovi emendamenti costituzionali: il XIII aboliva la schiavitù, il XIV garantiva la cittadinanza a tutti i maschi adulti nati sul territorio americano e un’eguale protezione di fronte alla legge e il XV garantiva il diritto di voto. il Congresso creò anche nuove agenzie federali come il Freeman Boureau per il welfare degli ex schiavi. Per questi motivi, Eric Foner e altri storici considerano la ricostruzione una sorta di seconda rivoluzione americana.

Per applicare questo fiume di nuove disposizioni e per ricostruire l’economia degli stati sconfitti, era ovvio che funzionari, organizzatori, insegnanti, tecnici e ingegneri del nord dovessero spostarsi al sud. Il carpetbagging fu quindi un fenomeno più complesso di quello descritto dalla lettura sudista degli eventi. C’erano ovviamente approfittatori e funzionari corrotti, ma la portata del fenomeno fu esagerata: corruzione, clientelismo e pratiche illegali erano la prassi del sistema politico-burocratico americano nel 1800, sia al nord che al sud.

Il periodo della ricostruzione, che Arnaldo Testi ha definito un «esperimento di democrazia multirazziale», vide infatti un grande attivismo da parte degli afroamericani. Spesso essi rischiavano la vita mentre si spostavano per andare a votare e un numero consistente riuscì ad essere eletto anche a cariche statali e federali. Il Congresso e i repubblicani radicali imposero termini molto chiari per la riammissione dei nuovi stati: tra questi, vi era l’accettazione dell’eguaglianza di fronte alla legge di tutti i cittadini. Tuttavia, le vecchie élite schiaviste iniziarono a riprendere potere già subito dopo il conflitto.

La reazione del sud alla Ricostruzione

Le violenze e le pratiche terroristiche del Ku Klux Klan e altre bande armate, così come i linciaggi sempre più frequenti, avevano l’obiettivo di ricordare ai neri qual era “il loro posto”. Inoltre, i freedmen erano disincentivati legalmente ed economicamente: molti ex schiavi non avevano accesso alla terra, la base delle libertà individuali per l’epoca. Inoltre erano indebitati fino al collo, proprietari di nulla se non del loro corpo, una situazione che fu abilmente sfruttata dagli ex-schiavisti per mantenere i neri in uno stato di subalternità.

Tra il 1868 e il 1870 tutti gli stati tornarono nell’unione sotto la supervisione radical-repubblicana della Ricostruzione, ma intanto i suprematisti bianchi del Partito Democratico riprendevano potere. Essi erano sostenuti da nuove sentenze della Corte Suprema che limitavano la portata dei nuovi emendamenti e dichiaravano incostituzionali le nuove leggi sui diritti civili. Con la fine della ricostruzione, i radicali furono emarginati e i più combattivi erano morti, come gli immensi Thaddeus Stevens e Charles Sumner, o erano troppo vecchi per fare politica.

Tommy Lee Jones interpreta magistralmente Thaddeus Stevens nel film Lincon nel 2012

I Repubblicani si proiettarono quindi nella nuova Gilded Age del sostegno al Big Business, rinunciando ad essere il “partito del voto dei neri”. Con le elezioni del 1876, un nuovo compromesso tra Repubblicani e Democratici restituì definitivamente a questi ultimi il controllo degli stati del Sud. Iniziava il periodo delle leggi Jim Crow e della segregazione razziale, fondata sul principio “separati ma eguali”, confermato dalla corte suprema nel 1896. 

La causa persa, la riconciliazione e il suprematismo bianco

La cultura della “Causa Persa” si innestava nel nuovo ordine sudista e lo giustificava, diventando più articolata mano a mano che ci si allontanava dal periodo bellico. Una nuova mitologia legittimava i confederati non solo agli occhi dei bianchi del sud, che vi trovavano una consolazione per la sconfitta e una base ideologica per la segregazione razziale, ma anche a quelli del nord: il senso dell’onore del soldato sudista, le virtù agrarie e cavalleresche dei gentleman e una lunga serie di narrazioni sentimentali ebbero una grande presa in tutti gli Stati Uniti.

Tutto ciò facilitò la riunificazione e la riaccettazione, dentro la cornice federale, dei vecchi nemici: se da entrambi le parti si era combattuto per l’onore, per la libertà e per i propri diritti, tutti avevano ragione e nessuno aveva torto. Il nord era forse un po’ più sveglio, un po’ più moderno, ma cosa sarebbero gli Stati Uniti senza le grandi ballate del sud? Senza quella consolazione nostalgica data dall’ozio agrario di fronte alla frenetica modernità? Se il sud aveva combattuto per questo, in fondo aveva fatto bene.

Il dipinto “The Lost Cause” di Henry Mosler, 1868.

Come ha ricordato in un’intervista lo storico David Blight, docente di Yale, gli americani hanno però «riconciliato la nazione sulle spalle degli ex schiavi». I neri, in fin dei conti, non piacevano né al sud del suprematismo bianco istituzionalizzato, né al nord dove erano disprezzati e relegati nei ghetti urbani. Esclusi dalle leve del potere politico ed economico, sia a livello statale che federale, non riuscirono a contrastare efficacemente il nuovo ordine razziale. Celebrazioni, inaugurazione di monumenti e statue agli eroi confederati, nonché romanzi e film, si ripresentavano ciclicamente ogni volta che gli afroamericani tentavano di alzare la testa.

Il sud era stato sconfitto nella guerra civile, ma aveva vinto la pace: alla faccia della causa persa. La riconciliazione nazionale era avvenuta senza giustizia per un’intera etnia. La frattura della memoria percorse la linea del colore: l’America bianca si riconciliò grazie alla Causa Persa, mentre il dramma dello schiavismo, della Guerra Civile e della Ricostruzione rimase vivo solamente nelle comunità afroamericane e nel loro attivismo politico, portato avanti spesso a rischio della vita.

Dalla Causa Persa a Via col Vento

La sto prendendo larghissima e devo decisamente darmi una regolata, sono quasi arrivato al punto.

Prima di Via col Vento arrivò Nascita di Una Nazione, un altro capolavoro tecnico e di regia, nonché il primo lungometraggio di successo. Uscito nel 1916 e girato da Andrew W. Griffith. La base del film è il libro The Clansman di Thomas Dixon e fu l’evidenza più plateale di come il mito della Causa Persa (old south idilliaco VS sud caotico della ricostruzione) giustificasse il Suprematismo bianco. Nel film, il Ku Klux Klan era una forza eroica dedita all’ordine e alla protezione delle donne bianche, prede dei neri stupratori incapaci di gestire la libertà ottenuta e alleati dei perfidi abolizionisti radicali.

Poi arrivò il primo dopoguerra, gli anni venti e la grande depressione: l’Hollywood classica abbassò i toni, spinta dal Codice Hays, un insieme di linee guida morali che scoraggiava rappresentazioni esplicite e controverse. Via col Vento non poteva più mostrare i contenuti più palesemente razzisti, che erano comunque presenti nel romanzo di Mitchell. Non poteva nemmeno rappresentare scene eccessivamente brutali, come stupri e tutto quello che poteva disturbare il pubblico. Per evitare le maggiori controversie e conscio dell’esperienza del film di Griffith, Selznick si consultò anche con Walter White, il capo della NAACP, l’associazione per i diritti dei neri.

Una foto della premiere del film ad Atlanta, 1939.

Gli ingredienti della Causa Persa però vi erano ancora tutti, erano solo più diluiti. Infatti,Via Col Vento non è altro che Nascita di una Nazione versione lite, una riconferma del mito il più possibile patinata e priva di controversie. Questo è forse l’aspetto più subdolo e problematico della pellicola, dato che le fondamenta della Lost Cause vi sono, ma sono normalizzate da un’aurea di rispettabilità. In alcuni momenti le tesi sono piuttosto esplicite, mentre in altri ci arrivano in maniera implicita mentre ci emozioniamo assieme ai personaggi: «una bugia talmente sottile che verrà ingoiata come verità allo stesso modo da migliaia di bianchi e neri», come disse il critico afroamericano Melvin B. Tompson dopo l’uscita del film. 

Basta partire dai titoli di testa, dove la Causa Persa si manifesta in tutta la sua gloria:

C’era una terra di cavalieri e campi di cotone chiamata il Vecchio Sud… Qui, in questo bel mondo, la galanteria fece il suo ultimo inchino… Qui per l’ultima volta furono visti i cavalieri e le loro dame, il padrone e lo schiavo. Cercatelo soltanto nei libri, perché non è altro che il ricordo di un sogno, una civiltà andata via col vento…

La prima parte del film celebra appunto la “civiltà” spazzata via dal vento, quella del sud. Tara è una terra meravigliosa, dove gli schiavi servono volentieri i propri padroni, tanto che i più importanti rimarranno con loro anche a guerra finita. Le grandi famiglie latifondiste si riuniscono nelle loro ville amene e gli uomini discutono della guerra imminente, vantandosi di non aver paura di scontrarsi con i nordisti sul campo di battaglia. L’unico che non ha fretta di combattere è Rhett Butler, che si fa portatore di un altro tema della Causa Persa, paventando l’inevitabilità della sconfitta dato che il nord avrebbe più uomini e più mezzi.

La seconda parte del film, dopo l’Assedio di Atlanta, conferma la visione vittimista della Ricostruzione: sia in città che in campagna scorrazzano carpetbagger e skalawag (i sudisti visti come traditori che collaborano con il nord), con i neri servili al soldo. Rossella, al contempo, deve ricostruire l’attività di famiglia scontrandosi con le forti tasse imposte dal Congresso.

Gli afroamericani sono ovviamente degli stereotipi viventi e un personaggio in particolare, la stupida serva Prissy, attraverso i dialoghi e il suo atteggiamento conferma la teoria secondo cui gli schiavi erano dei quasi bambini che necessitavano della guida di un padrone.

Inoltre, nonostante la protagonista Rossella non sia una tipica e composta lady, è proprio la sua capacità di far fronte alle nuove circostanze che la rende una paladina perfetta della Lost Cause. Il tutto è racchiuso nella scena centrale del film, dove Rossella cade per terra, si confronta inorridita con i suoi i stinti più animaleschi, ma si rialza fiera, giurando di non soffrire mai più la fame. La scena è solenne, Rossella è quasi una silouette ritagliata sull’orizzonte, dal quale spunta un’alba rossa, mentre la telecamera si allontana con l’epico tema di Tara. L’infrangibile dignità sudista si unisce e si confonde con il valore statunitense dell’intraprendenza. Facendo leva su un fondamento identitario comune, tutti gli Statunitensi si identificano in Rossella e, di riflesso, nel Sud sconfitto.

«Una delle idee che la Causa Persa riconciliazionista ha instillato nel profondo della cultura nazionale è che anche quando gli americani perdono, vincono comunque. Così forte era il messaggio, lo spirito indomabile, che Margaret Mitchell l’ha infuso nel suo personaggio di Rossella O’Hara in Via Col Vento».

David Blight, Race and Reunion, 2001.

Alcune contro-argomentazioni

Via Col vento è soprattutto Lost Cause, ma sarebbe sbagliato dire che essa agisce in maniera totale. Nel film ci sono alcuni sono aspetti accurati: è vero che prima della Guerra Civile esisteva un rapporto più stretto tra schiavi e padrone, anche se non era per nulla così roseo come viene mostrato. L’assedio di Atlanta è un fatto realmente accaduto e la desolazione che Rossella ritrova quando ritorna a Tara è quella che molti latifondisti si trovarono davanti tra il 1864 e il 1865. 

Inoltre, lo storico del cinema Melvin Stokes ha scritto in un saggio che Via col Vento contrasta la narrazione della Lost Cause in alcune scene, inquadrature e dialoghi. Tuttavia, gli elementi che porta per provare l’allontanamento dal “modello” di Lost Cause non mi sono sembrati sufficienti. Anche l’autore, infatti, è costretto ad ammettere, in maniera un po’ contraddittoria, che «Via col Vento era essenzialmente un commento — e una critica — sulla Causa Persa, così come forse era la sua espressione più influente». Il saggio è comunque molto interessate, è lungo una decina di pagine ed è contenuto nella raccolta “The New Film History” (si trova facilmente online). Vi consiglio di leggerlo. 

Le mie opinioni sul caso che si è scatenato sui social

Contestualizzare Via Col Vento non significa dunque considerare solo il contesto storico che rappresenta — la Guerra Civile — ma anche quello in cui è stato prodotto, la fine degli anni trenta. Mi sorprendo, per questo, di come molti di coloro che in questi giorni si sono dichiarati giustamente ostili alla censura, siano al contempo così restii ad affrontare una conversazione sul film, liquidando il tutto con frasi tipo: “È ovvio che è frutto del suo tempo, non siamo mica stupidi”.

E allora parliamone con serenità, ma soprattutto con la consapevolezza che esistono persone che lo interpretano, per fini politici, come un coraggioso atto di denuncia alla storia ufficiale, dato che presenta il “lato oscuro” dell’occupazione nordista, mostrando le ragioni dei vinti. Queste persone si chiamano neo-confederati.

Probabilmente vi sono anche coloro che l’hanno interpretato in questa maniera perché non conoscono i fatti. Non è una colpa ignorare la storia della Guerra Civile Americana: è per questo che una visione che contrasta quella del film, potentissima, può essere un aiuto in più. 

Sarà che sono un maniaco del controllo, e per questo mi piace avere una visione il più completa possibile dei prodotti che fruisco: una lettura in più oltre alla mia l’ho sempre trovata utile. Se è inadeguata, posso ignorarla. Se è moralistica — come alcuni hanno ritenuto fosse l’operazione dell’HBO — tiro avanti. Se è solo un banale stigma del tipo “questo film contiene parti razziste e il razzismo è brutto”, pazienza, occasione sprecata. Se invece mi fanno il mega documentario su Via col Vento razzista e la Causa Persa, posso non guardarlo; o invece dargli una possibilità e giudicarlo di conseguenza.

Le case di produzione inseriscono da sempre documentari e making-of nelle edizioni home video dei loro film e sono pieni, pienissimi di gente che ti dice come interpretare e come pensarla su quel film. Non è una novità. Sto guardando proprio adesso la bella serie-documentario “Disney Gallery: Mandalorian” su Disney+ ed è solo l’ultimo esempio di un’istituzione che ti dice come pensarla su un suo prodotto.

Un altro esempio. Il blu-ray di Colazione da Tiffany include un documentario sullo stereotipo razzista presente nel film, Mr. Yunioshi interpretato da Mickey Rooney. Mossa strumentale per prevenire le lamentele degli asioamericani? Probabile, ma ciò non mi ha impedito di imparare alcune cose, che vanno oltre il “eh, all’epoca era normale”.

Un’audio-guida in un museo di quadri, una libro scolastico, un documentario, una prefazione di un libro sono strumenti che ci possono aiutare a capire, ma se li reputiamo inadeguati siamo liberissimi di respingerli. Il cinema poi, inizia ad essere un’arte vecchiotta. È perfettamente normale che su un’opera tantissimi vogliano dire la propria, così come non sorprende che l’industria cinematografica voglia tutelarsi e vendere un messaggio coerente coi valori del suo pubblico. Che vi piaccia o no, anche i valori sono una merce. Se lo sappiamo, riusciamo a difenderci ed avere un rapporto più consapevole con l’industria culturale. Per questo, non farò l’ennesima arringa sull’ipocrisia di Hollywood, fine a se stessa, per poi fruire comunque ogni giorno i loro contenuti. E permettetemi, mi fido di più del giudizio di HBO max, un gruppo di professionisti, che del primo critichetto su YouTube che parla di film tramite frasi fatte come “buchi di trama”, “troppo trash” e “Tecnicamente nulla da dire ma la storia è una merda”. 

Come potete notare, la mia visione su questo genere di argomenti è abbastanza circostanziale. Possiamo cogliere l’occasione per litigare finalmente con questi film. Oppure, se preferiamo non discuterne, possiamo farci un applauso, andare tutti a casa e lasciare spazio a chi vuole la censura, quella vera. Vi prego, non facciamo di Via Col Vento un’altra causa persa.   

«MAH! Scommetto che è stata una manovra pubblicitaria per fregare i millennials, le vendite del film su Amazon sono volate!»…. beh che dire allora, GENI! Rispetto. 

[Nota, 15 giugno 21.30: a contestualizzare l’opera, è stata chiamata la studiosa di cinema Jacqueline Stewart, docente dell’Università di Chicago, che ha scritto un articolo sul film che trovate qui].

Articoli Web

Bibliografia

Video conferenze (in inglese).

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